Elogio della delicatezza (o Lettera a F.)

October 20, 2016

 

Prima di tornare a parlare di diritto, geopolitica e cultura internazionale in generale, ho sentito forte dentro me l’esigenza di affrontare un argomento che, apparentemente, nulla ha a che fare con quanto appena elencato, ma che in realtà ha a che fare con tutti noi e con il mondo che ci circonda.

In particolare, il secondo titolo dell’articolo è “Lettera a F.” per un motivo preciso.

 

F. è l’iniziale di uno di voi, una persona che – come molti tra voi - mi ha scritto mail che considero bellissime per l’entusiasmo che traspare ma soprattutto per la voglia, quasi l’avidità, di capire, sapere, approfondire che in esse c’è. A volte i vostri messaggi mi mettono in difficoltà, perché non sempre mi sento adeguata alle aspettative che riponete in me, però sono proprio queste aspettative a darmi il quadro di quanta confusione ci sia fuori e, conseguentemente, quanta sete di chiarimenti e chiarezza nasca da questa confusione.

Io provo, così, nel mio piccolo non tanto a dare risposte, quanto a fornire maggiori strumenti per arrivare a queste risposte. F. alcuni mesi fa mi ha scritto questa bella mail:

 

Di argomenti da affrontare ce ne sarebbero tanti, ma la questione che mi sta più a cuore è il destino dell'Italia. Cosa sta succedendo veramente a questo paese fino a qualche anno fa settima potenza mondiale? e ora dietro persino a paesi africani per quanto riguarda la questione sociale, economica e politica? perché viene così attaccato e spinto ad affondare nel più profondo degli oceani? responsabilità di politica internazionale? di politica dell'eurozona? di politica interna? o messo nel mirino dai potenti del mondo per staticità mentale del popolo italiano? Mi sembra il paese dell'Eurozona che sta soffrendo di più!

Anche se i semplici cittadini non possono fare molto per modificare la situazione, a mio avviso è dovere di ogni essere umano ricercare la verità riguardo a ciò che sta accadendo intorno a noi, fa parte del nostro percorso spirituale! Ti prego cerca di affrontare questo argomento: ho sete di conoscenza!!!!      

Sono un'ostetrica e lavoro da tanti anni nelle sale parto. Da qualche tempo quando assisto a una nascita (evento straordinario e colmo di felicità) non posso fare a meno di provare tanta tristezza per queste nuove vite che arrivano e che avranno un futuro nero in questo mondo terribile!!!!  Scusa lo sfogo!” 

 

In questi mesi, forse, ho dato piccole risposte a F., risposte sparpagliate qua e là nei diversi post che ho pubblicato. Tuttavia, questa volta, voglio dedicarle un post intero e affrontare quello che è secondo me il vero disastro, in generale dell’epoca in cui viviamo, ma in particolare per l’Italia: la mancanza di delicatezza.

E non c’è nulla di “sentimentale” in quello che dirò.

 

Il campanello di allarme è scattato in maniera plateale nella mia testolina quando, alcune settimane fa, Charlie Hebdo pubblicò nelle ultime pagine del suo giornale una vignetta sul terremoto che ha colpito Amatrice e dintorni. Lì ho capito quanto percepiamo come fragile la nostra libertà.

 

 

Difatti, quel giorno ho pubblicato su Facebook un post di dissenso circa quella vignetta e la maggior parte delle reazioni sono state: “Irene, la satira dissacra tutto e tutti. Non si può avallarla in un senso e poi censurarla nell’altro”. A quel punto, nella mia mente è sorto un gran punto interrogativo: “Criticare la satira significa censurarla?”. E poi, sia chi mi conosce personalmente sia chi mi ha letto molto, come può pensare che io sia per la censura? Io scrivo per accrescere la libertà di pensiero delle persone fornendo loro più informazioni neutrali e/o veritiere possibili; eppure c’è chi teme che io invochi la censura?!

Per dirla alla Dante, che ritornerà a breve in questo post, personalmente libertà vo’ cercando che è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta(I Canto del Purgatorio). Frase pronunciata da Dante rivolgendosi a Catone l’Uticense, nipote di Catone il Censore (manco a farlo apposta, cade a fagiuolo in questo articolo!), che si suicidò nell’isola di Ustica (da cui Utincense) proprio per non abdicare alla sua libertà e che nel Medioevo cristiano venne considerato il supremo esempio di difensore delle libertà politiche e repubblicane.

Il fatto che la mia critica fosse percepita come censura, al punto da portare a mettere avanti le mani e dire che la satira tutto “puote”, mi ha fatto percepire quanto fragile sentiamo la nostra libertà. È fragile al punto tale che per difenderla rinunciamo a criticare qualcosa, giacché quella critica può – se esasperata – portare alla censura. Tuttavia, tra i due estremi, della censura da un lato e della satira totalmente acritica dall’altro, ci sono diversi step, quali la critica garbata, la critica aggressiva, la critica violenta. Se anche la critica garbata è considerata minaccia alla libertà di espressione, signori miei, stiamo freschi! Una cosa che non può essere criticata è debole!

Ma soprattutto essere acritici rispetto a una cosa significa rinunciare a una parte della nostra libertà di pensiero e di espressione del pensiero. Possibile che questo non si colga?

 

Il fatto che io non possa criticare una vignetta satirica significa che non posso criticare neppure una poesia o un quadro, e che io debba considerarli ben fatti soltanto perché sono stati pubblicati o esposti. Oggigiorno viene pubblicata tanta di quell’immondizia per cui non si può non usare il senso critico: una vignetta non è satirica solo perché chi la pubblica la considera satira. Quella vignetta non era fatta bene, non mi sento un censore solo perché penso che fosse del tutto inefficace e inutile.

E il problema non è l’argomento trattato (cioè i morti e la morte), perché la storia della letteratura, soprattutto di quella latina, ci insegna che anche la morte e i morti possono essere toccati. Ma - nel caso della satira - lo si deve fare in maniera funzionale ad attaccare il potere, a mettere in risalto i difetti di una società denunciando tali difetti; e lo si deve fare in modo che ci sia l’immediatezza del messaggio (e non doverne intuire la dietrologia, come nel caso della vignetta di cui sto parlando). Se a primo impatto una presunta satira crea solo dolore e lo arreca non ai principali artefici del malfunzionamento denunciato bensì alle vittime di questo, beh, quella allora non era satira.

 

Penso che nessuno più degli italiani (se volessero applicarsi!) – in quanto eredi dei Latini - possa avere titolo per capire cosa è satira e cosa non lo è, giacché come diceva Quintiliano nel I secolo d.C. “satura tota nostra est” (la satira è tutta [invenzione] nostra). Quindi, già tornare indietro al greco Aristofane (del V secolo a.C.) e alle sue “Nuvole” per parlare di satira è un po’ una forzatura, ma posso tollerarla. In questo caso, sto facendo riferimento a un articolo uscito nei giorni di dibattito sulla vignetta che più o meno si intitolava “La satira spiegata a mia nonna”. Ora, non voglio fare la polemica, ma spiegare le cose a una nonna citando Dante – che è un autore che va spiegato, eccome! - mi pare proprio una cosa contraria a se stessa. In più, in quell’articolo si dice che Dante faceva satira… Dunque, mi permetto di vantarmi di conoscere abbastanza bene Dante e soprattutto la Divina Commedia; se me li chiederete, sarà mia premura mostrarvi quali sono i titoli che ho in proposito. 

E vi assicuro che definire l’opera di Dante una satira è un po’ azzardato, ma provo a soprassedere a questa cosa e andiamo a vedere come il sommo poeta tratta i morti (perché alla fine, tranne Dante e le creature divine o demoniache, nella Divina Commedia son tutti morti! Anzi, voglio essere precisa e non generica: tra le persone che Dante aveva messo tra i morti finiti all’inferno c’era una persona che a quel tempo morta non era, ossia il Papa Bonifacio VIII, ma è piuttosto nota la sonora inc**atura che Dante in quel periodo aveva con quel Papa i cui forti interessi verso Firenze avevano creato il presupposto per la cacciata di Dante dalla sua città. Ci sta; anch’io, se avessi avuto la penna di Dante, probabilmente mi sarei tolta questa soddisfazione!).

 

Dunque, innanzitutto, nell’Inferno, che è per certo la Cantica più contestabile quanto al trattamento riservato ai defunti, tutto è impostato come una metafora: da un lato il peccato e dall’altro la punizione, che è in genere un contrappasso (esatto contrario) del peccato o una sua similitudine. Dante lavora con le allegorie e non infierisce mai suoi morti. Nell’inferno non troverete mai persone che sono state vittime di un terremoto che vengono rappresentate come un piatto di pasta o qualche altra leccornìa. Nell’inferno troverete amanti lussuriosi che, come Paolo e Francesca o come la regina cartaginese Didone in vita si fecero travolgere dalla passione, di conseguenza sono per punizione condannati a essere travolti in un vortice di vento perenne anche in morte, e non avere pace. I golosi come Ciacco, nel VI Canto, riversi a terra sotto la pioggia. I suicidi, come Pier de le Vigne (ricordate il “io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi”, dove Federigo non è altri che Federico II di Svevia a Palermo?), trasformati in alberi e privati per sempre, anche nel giorno del giudizio universale, del proprio corpo da cui – suicidandosi – avevano voluto separarsi. Gli adulatori sommersi nello sterco: qui il nesso mi pare evidente, per cui non lo spiego! Cosa c’è di davvero umiliante in questo? Tutti i defunti in questo caso sono categorie di esseri umani, non sono morti “veri”: sono appunto allegorie rappresentative di un peccato. Nella vignetta di Charlie Hebdo quale “peccato” rappresentavano?

Forse la vignetta sarebbe stata più calzante ed efficace se avesse rappresentato anche i cuochi di queste “belle ricette all’italiana”! Un cuoco che indicava lo Stato, uno che indicava gli imprenditori edili, per esempio. Così avrebbe colpito in qualche modo il potere, chi ha sbagliato, chi ha commesso gli errori per “mangiare”… Non avrebbe colpito chi è stato mangiato.

 

Anche chi riteneva la vignetta inopportuna, mi ha suggerito di non esprimermi in tal senso perché della gente ha ucciso e altra è morta per via delle vignette stesse. Ma a questo punto, sono io che devo censurarmi per timore che qualche pazzo interpreti in maniera sbagliata la mia critica posata e reagisca con violenza. È come se io non potessi dire per strada a un graffitaro che non mi piace il graffito che ha fatto per timore che uno si affacci alla finestra e gli spari. Non funziona così: tutto è criticabile, satira inclusa. Non si può stare a bocca aperta e inghiottire qualunque cosa, anche quando è merda, solo perché Charlie Hebdo è stato vittima di un vile attentato.

Siamo in un periodo in cui l’incitamento all’odio, specialmente sul web, è molto diffuso e difficile da combattere, ma per certo il mezzo migliore per annientarlo non è stare zitti sempre e comunque e appiattire ancora di più il senso critico che già scarseggia. In molti casi sì, tacere sarebbe meglio perché troppi “pericoli pubblici e mine vaganti” hanno diritto di parola in questo Paese e la loro parola è sin troppo amplificata dai megafoni di media che davvero non sanno fare filtro né tantomeno svolgono un minimo di funzione pubblica.

Ma dover tacere anche in caso di critica ragionata, pacata e – per come la vedo io – pedagogica, non significa essere liberi ma schiavi: schiavi della paura. Una delle quattro libertà fondamentali proclamate dal presidente americano Roosevelt nel suo discorso circa la pace internazionale: libertà dal bisogno, libertà di credo, libertà di parola e libertà dalla paura. In pratica, considerare la satira incriticabile significa rinunciare totalmente alla mia libertà di parola a favore di un’assoluta libertà di satira (che per me invece non può essere assoluta, bensì dovrebbe essere limitata dall’intelligenza e dall’onestà intellettuale di chi la fa) rimanendo al contempo schiava della paura. Bell’affare!

In questo modo, gli strenui sostenitori della libertà stanno sostenendo la libertà degli altri schiavizzando al contempo se stessi. Possibile che non ci possa essere una via di mezzo?

 

Il punto è che nel mondo del mercato di adesso, così come il vero giornalismo è diventato rarità, anche la vera satira non è rimasta indenne: ormai anche tra i vignettisti ci sono coloro che cercano solo visibilità, e il miglior modo per ottenerla è creare scandalo indipendentemente dalla satira. Questo è. Quella vignetta voleva essere scandalistica, non satirica. E se qualcuno continua a dirmi che quella è vera satira mi offendo. È fatta male, molto male. E non voglio essere censurata o considerata istigatrice all’odio per il fatto di dire che era fatta davvero male.

Dante stesso nel suo percorso aveva messo Virgilio proprio a fare da garante della pietas verso i defunti (ricordate che nel film “Il Gladiatore” il nostro hispanico Russell Crowe si portava sempre dietro le statuette dei Lari, gli antenati, la sua famiglia, la moglie e il figlioletto uccisi. Quella era la pietas tipica degli antichi romani verso i propri defunti. Perché in un film questa cosa ci fa commuovere e poi nel reale non sappiamo praticarla?). Della morte, da che il mondo esiste, si è sempre parlato, la si è sempre usata nell’arte di tutti i tipi – dallo scritto al figurativo -, e a volte la si è dissacrata per dissacrare in realtà la paura che si ha di essa. Ci sta.

I Sepolcri di Foscolo non parlano forse della morte? E lì la questione era seria e sentita dalla popolazione: per la prima volta, con l’editto napoleonico di Saint Cloud i morti venivano seppelliti in cimiteri, fuori città, in tombe tutte uguali che non ricreassero una distinzione di ceto. Allora, ci fu chi paragonò l’idea dei cimiteri così concepiti a “fosse comuni”. Si discusse ampiamente. Quindi il punto era sentito, e della morte, così come di ogni cosa della vita, è giusto che si parli. Ma CON DELICATEZZA.

 

E questo è il fulcro di tutto: la nostra società ha perso la delicatezza anche per la morte, che è la cosa più sacra della vita. Come può, a questo punto, essere la nostra società rispettosa della vita?

La delicatezza porterebbe alla solidarietà, la sua mancanza accresce l’individualismo. È di qualche settimana fa l’episodio del ragazzo picchiato, a sangue, con la madre nella metro di Roma. Sebbene già la violenza in sé sia disgustosa, la cosa che ancor di più mi ha creato disgusto è stato che nessuno – ma proprio nessuno – abbia alzato un dito per aiutare le vittime. Alla fine i bulletti erano due: se anche solo 5 delle persone che erano nel vagone della metro avessero deciso di intervenire, li avrebbero messi in minoranza. Ma proprio per stare sicuri, se fossero intervenuti in 10 sicuramente li avrebbero neutralizzati. Perché non è avvenuto?

Perché, tutti presi dalla nostra paura di perdere qualcosa di individuale non percepiamo più quella delicatezza verso l’altro necessario a creare e, successivamente, preservare una società in cui valga la pena vivere. A che ci serve tutta questa “libertà” se poi viviamo in mezzo al trionfo della violenza? Con chi ci godremo questa libertà se poi, un giorno, dovessimo venire aggrediti in metro e non ci sarà nessuno ad aiutarci per PAURA?

Dobbiamo avere il coraggio della sensibilità, il coraggio di vivere la nostra fragilità con una consapevolezza tale che non ci porti ad essere – invece – codardi.

 

Se non abbiamo delicatezza verso gli anziani, ecco gli ottantenni messi a fuoco, letteralmente incendiati da ragazzini insensibili; se non abbiamo delicatezza verso i bambini, ecco fanciullini abusati con genitori che chiudono gli occhi e un paesino che sa e tace; se non abbiamo delicatezza verso i giovani, ecco ragazzi sottopagati o per nulla pagati che però sgomitano tra loro per avere il privilegio di essere il lecchino impotente della persona potente di turno.

Se non abbiamo la delicatezza, non potremo rispettare la bellezza che ci circonda: la bellezza dell’arte, la bellezza della natura, la bellezza dell’essere umano. La delicatezza è la lente per vedere tutto nel giusto modo e l’Italia, da molto tempo, questa lente ce l’ha quantomeno offuscata.

Si potrebbe dire che in tutto il mondo più o meno è così.

 

Cara F., mi potresti obiettare che questo individualismo e questa mancanza di delicatezza li possiamo trovare ovunque. E a quel punto ti risponderei che sì, è vero, ma c’è una differenza netta: altri Stati hanno la coscienza di Nazione e soprattutto di popolo. Il popolo francese, il popolo russo, il popolo americano, il popolo inglese. Anche il popolo spagnolo o quello irlandese hanno un loro sostrato. Ma il popolo italiano, per quel che vedo, non esiste. Il concetto di popolo a noi manca e forse sempre, ahimé!, mancherà.

Noi siamo in balìa di quell’onda costituita dal benessere economico globale: quando questo va particolarmente bene - come nei decenni passati - noi siamo portati su da quest’onda, siamo sulla cresta; ma quando non va bene e quindi siamo costretti a nuotare o remare per stare a galla, non avendo unità e compattezza di popolo siamo come un nuotatore in cui il braccio destro non è sincronizzato con il sinistro e le gambe fan quel che pare loro. O come una barchetta a remi in cui i vogatori vanno a velocità diverse e in maniera asincrona, tant’è che nella migliore delle ipotesi riusciamo a mantenerci perfettamente immobili.

 

Per terminare proprio con Dante, quando questi chiese al goloso Ciacco (canto VI dell’Inferno; nb. nella Divina Commedia il canto VI di ogni Cantica è un canto politico) quali fossero i mali che avevano diviso Firenze, Ciacco rispose: “superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”. Nulla è cambiato.

E nell’ancor più famoso Canto VI del Purgatorio, Dante fece dire a Sordello da Goito: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello!”. Ripeto: nulla è cambiato.

 

Un popolo non si inventa, ma si costruisce e “sente se stesso”: se, però, non abbiamo e non coltiviamo la delicatezza di sentire neppure noi stessi come individui, potremo mai riuscire a farlo gli uni con gli altri e fare dell’unità la nostra forza?

 

Il nostro stesso inno di Mameli dice “noi siamo da secoli calpesti e derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”.

Cara F. ti chiedo scusa se questa risposta ti arriverà amara.

I.

 

 

Ps. Nella foto di “copertina” sono io da piccola. Ho pensato che non ci sia niente di più rappresentativo del concetto di delicatezza di una vecchia foto degli anni ’80 in cui una bimba viene fotografata dai propri genitori. E, come sempre, ci ho messo la faccia.  :) 

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