Europa centrifuga: nel vortice dei nazionalismi. Sulla Patria (o la Matria?!), la Nazione, l’Identità.

November 25, 2017

 

Di recente un mio caro amico e la sua fidanzata sono andati a Parigi per un week end romantico. Casualmente, proprio in quegli stessi giorni un mio ex corsista nonché professionista con cui mi pregio di collaborare è venuto da Parigi a Roma per una due giorni di conversazioni, confronti e scambi di idee lavorative e non solo.

Alcuni giorni prima, mi sono ritrovata di fronte alla sofferenza emotiva di una mia carissima amica che, essendo cresciuta in una famiglia benestante (con ciò non intendendo un contesto miliardario né milionario, bensì semplicemente più agiata della media degli italiani che ormai si sta precipitosamente attestando nel reddito medio-basso), si trova a vivere nel senso di colpa per aver potuto godere delle occasioni favorevoli che tale presupposto familiare le dava. Senso di colpa generato da due punti: il suo sentirsi estranea o ribelle rispetto al contesto da cui proviene e l’invidia dei suoi coetanei con stesse ambizioni ma diverse possibilità. Invidia che porta poi, di fatto, a una discriminazione all’incontrario.

 

Nello stesso arco temporale, passando da episodi personali ad avvenimenti sociali, due notizie mi colpiscono:

  • La manifestazione tenutasi a Varsavia, l’11 novembre scorso, in occasione della celebrazione dell’indipendenza ottenuta nel 1918, la quale ha assunto connotati da alcuni definiti patriottici, da altri nazionalisti, da altri fascisti, e via discorrendo;

  • L'affermazione di Michela Murgia sull’opportunità di smettere di parlare di Patria, iniziandola a chiamare Matria.

 

Tutti questi elementi messi insieme sembrano solo un gran minestrone, invece sono tutti input che hanno avviato dentro di me tante diverse considerazioni che però mi hanno portato, tutte, a conclusioni riguardanti lo stesso argomento.

Input e conclusioni che ora vi spiegherò meglio.

 

L’andirivieni da Parigi a Roma e viceversa di persone a me vicine senza grandi problematiche - sebbene in Francia il trattato di Schengen sia ancora sospeso per via dei numerosi attentati terroristici subiti e i controlli rallentino, in parte, i collegamenti – ha rimarcato ai miei occhi l’ “abbattimento” delle frontiere impensabile decenni fa e divenuto sempre più effettivo dopo l’Atto Unico europeo del 1986 e il processo che esso ha avviato.

Questo abbattimento delle frontiere fisiche ha sempre più preso la forma dell’abbattimento delle barriere culturali, sociali e – teoricamente – mentali: possibilità di viaggio, scoperta, conoscenza, studio, che i miei/nostri antenati si sarebbero solo potuti sognare. Certo, nell’Europa dei secoli passati c’era un grande scambio culturale e intellettuale: i viaggi di Goethe dalla Germania in Italia, o quelli di Keats dall’Inghilterra all’Italia, o di Stendhal dalla Francia in Italia (sì, notate… se tutti, di cui questi grandi sono solo un esempio, venivano in Italia, forse qualcosa davvero abbiamo da dire, che dite?) non erano eccezioni, ma viaggi frequenti e di routine (i c.d. Grand tours). Ma naturalmente lo erano per le famiglie più benestanti.

Al giorno d’oggi, anche quelli di noi più in difficoltà che vogliano però concedersi un viaggio oltreconfine tra un volo low cost e alloggio in b&b, ostelli e dormitori possono comunque farlo con pochi soldini. Le distanze si sono accorciate, ma in questo caso non credo si tratti di globalizzazione. In questo caso si tratta di Europa, che in molte cose ha svolto il ruolo del facilitatore, ed effettivamente le quattro libertà fondamentali baluardo dell’Unione europea sono la libertà di circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali.

La globalizzazione invece è un fenomeno diverso, che ha instillato il concetto del “tutto e subito”, il quale se teoricamente potrebbe essere un modo di efficientare meccanismi lavorativi o personali grazie all’immediatezza, di fatto si è concretizzato con una perdita di valore di ciò che abbiamo/otteniamo. O meglio, con una svalutazione di ciò che abbiamo/otteniamo, perché le cose il valore continuano ad averlo ma noi non siamo più in grado di riconoscerlo.

È nella natura dell’uomo: le cose guadagnate con fatica e impegno acquisiscono valore, quelle avute con facilità e col minimo sforzo lo perdono. La globalizzazione, consapevolmente o inconsapevolmente, ha prodotto ciò.

E qui mi allaccio all’articolo della Murgia sul termine “Patria”. La Murgia, sostanzialmente, afferma che – visto il mondo in cui viviamo, che è aperto e senza confini e barriere – il concetto di Patria, strettamente connesso alla terra e quindi al territorio e, di conseguenza, ai confini di questo territorio, deve essere superato altrimenti c’è un ritorno al passato, alla chiusura e a tutto ciò che ne deriva. Invece tramutando il tutto in “Matria” questo pericolo si evita e, visto che ogni madre è accogliente, allora l’apertura, la tenerezza, la comunanza si accentuano e mostrano tutta la loro positività.

 

Allora…cercherò di esprimere la mia opinione senza assomigliare a Sgarbi, anche se certe volte dentro di me la veemenza arriva a quei livelli. Della Murgia in passato ho apprezzato diversi scritti, ma quest’ultima dichiarazione secondo me è una gran forzatura per cavalcare un’onda ben precisa, onda sulla cui cresta la Boldrini sta ben piantata. Chi mi segue dall’inizio ha spesso ritrovato nei miei scritti due cose ben precise:

  • Non apprezzo ma soprattutto non mi ritrovo in tutti quei termini che finiscono in -ista. Che si tratti di ambientalista, femminista, o altro ancora. Tutto ciò che finisce in -ista è per me una posizione radicale, fondamentalista. E giacché io non credo nelle verità assolute appartenenti a un campo o all’altro, preferisco applicare sempre – nei limiti che il mio cervello mi consente – buon senso e ragionevolezza;

  • Credo tantissimo nel potere delle parole, e ritroverete moltissimi dei miei scritti in cui parlo proprio di questo, ossia della necessità di usare ciascuna parola con il suo proprio significato e non a sproposito, poiché altrimenti si crea confusione e, in determinate situazioni, addirittura anarchia. Una di queste parole è ad esempio la parola “rifugiato” che i nostri media e la nostra politica usano volutamente a sproposito.

 

Avendo ben chiari questi presupposti, capirete che non vedo con simpatia i tentativi – a volte ahimé riusciti – di inserire nel vocabolario italiano la parola sindacA (mio fratello si è ritrovato sulla carta d’identità la correzione fatta a penna, dal funzionario dell’anagrafe, in “lA sindacA” rispetto al prestampato “il sindaco”…), ministrA & Co. Ciò perché la Tatcher (con suoi pregi e difetti, qui non stiamo a fare apologia di nessuno ma solo guardando a fatti oggettivi) non aveva bisogno di essere chiamata “primA ministrA britannica” per essere la statista determinata e autorevole che le è valso il soprannome di “Lady di ferro”. Lo era e basta, era una donna che è arrivata in alto per le sue specifiche caratteristiche personali e non per via delle quote rosa.

A volte la forma è sostanza, ma in questo caso – permettetemi di dirlo – questa forzatura sui sostantivi è solo fuffa. Sulla base di quanto detto, potrete solo immaginare quanto ho storto la bocca e alzato gli occhi al cielo quando mi son vista davanti la “Matria”…

 

 

 

Sulla Patria

Come detto, credo tantissimo nel potere delle parole, nella loro etimologia e in una materia come la filologia, perché in ogni parola è racchiuso e riassunto un preciso processo storico che ci racconta chi siamo più di quanto possa fare un documentario di Piero Angela se solo noi fossimo, ovviamente, in grado di leggere questa Storia che ogni parola ci racconta.

 

Patria: sostantivo FEMMINILE. E già qui mi domando: perché mai voi maschi di tutto il mondo non avete sollevato le vostre voci contro questo abominio? Femminilizzare un sostantivo come “pater”! Effettivamente quanto sarebbe stato bello parlare di “Patrio”, eh!? (sono ironica, è chiaro)

 

E invece il potere della lingua e la neutralità, a conti fatti, della Storia ha partorito un termine che deriva dalla radice latina “pater” (maschile) ma declinato al femminile. La parola Patria è un matrimonio tra i due generi, è famiglia. Se si volesse ottenere lo stesso risultato di fatto neutro e onnicomprensivo usando la radice femminile “mater” allora bisognerebbe parlare di “matrio”, non credete? Ora, sarà la forza dell’abitudine o sarà che davvero non si può proprio sentire, a me “matrio” sembra molto cacofonico.

Procediamo su questo percorso, volto solo a dimostrarvi quanto queste “battaglie ideologiche” siano di per sé inutili. Sebbene effetti ne producano: quelli di CONFONDERE le acque e provare a RIMBAMBIRCI, non facendoci vedere la realtà così per com’è ma come fa comodo a loro (politici e compagnia bella!) che noi la vediamo.

 

Il termine cui spesso la parola “Patria” si accompagna è “MADRE”. MADREPATRIA. Ora, dico io, uomini di tutto il mondo perché mai non vi siete riuniti a firmare una petizione affinché si dica “Padrepatria”? Eh? Io non riesco proprio a spiegarmelo…

 

MADRE, capite? LA PATRIA E’ MADRE!

 

Io un padrematrio non lo voglio e neppure una madrematria. La lingua è una cosa bellissima, perché la dobbiamo massacrare con queste trovate a dir poco astruse?

È vero, le parole hanno un peso e un valore, come diceva Umberto Eco ne “Il nome della rosa”: in nomine stant res. Tuttavia, il problema italico (italico solo perché mi sto limitando al nostro Paese e non lo allargo all’estero) è che, come diceva il grande Tocqueville, noi prima creiamo parole a iosa e solo dopo diamo loro contenuto. Che accidenti me ne faccio della parola “ministrA” se poi la partecipazione delle donne alla politica è quasi sempre al livello velina? Che me ne faccio della parola “matriA” se poi il suo contenuto significativo è il nulla assoluto?

Ciascuna parola è uno scrigno che custodisce un contenuto prezioso; se la utilizziamo per velleità ideologica, togliamo anche alla parola ogni sacralità. E per me le parole, la lingua, sono una cosa sacra. Sacre tanto quanto lo è la Patria.

Concludo la questione etimologica, limitandomi a sottolineare che la Patria è sempre stata percepita donna. L’arte, ogni volta che ha dovuto rappresentare la Patria, lo ha fatto col corpo e il volto di una donna. Guardate questi dipinti e cartoline, che sono solo una minima percentuale di tutte le rappresentazioni esistenti, e tutte declinate al femminile.

 

 Ma notate anche una cosa: il nome degli Stati. LA Italia, lA Francia, lA Spagna, lA Germania, lA Inghilterra, lA Svizzera, lA Austria, lA Croazia, lA Polonia, lA Russia. E non continuo, potete farlo da soli sia rimanendo nei confini europei sia andando fuori: naturalmente esistono Stati “maschili”, ma in percentuale inferiore, praticamente infinitesimale se ci si concentra sull’Europa. Anche i continenti sono “Femmine”: lA Europa, lA Asia, lA Africa, lA America, lA Australia, lA Antartide.

 

Siamo così circondati di femminile che se davvero dipendesse tutto dal linguaggio, noi donne dovremmo essere le padrone indiscusse del mondo. E invece nemmeno ce ne accorgiamo. E ciò vale non solo guardando alla Storia e alla Geografia, ma anche guardando ai VALORI e ai concetti “potestativi”: la Virtù, la Giustizia, la Pace, la Tolleranza, la Speranza, la Forza, la Potenza. Potrei fare un elenco infinito, ma mi spiegate a che servirebbe?

 

Il problema della nostra società, a mio modo di vedere, non sta nel linguaggio, bensì nei comportamenti, nelle prese di coscienza che NON abbiamo e nella consapevolezza e conoscenza di quelli che sono già i contenuti della nostra lingua ma che NON conosciamo.

La Patria non è né maschile né femminile: la Patria è casa (gli inglesi la chiamano “Homeland”!), la Patria è famiglia, la Patria sono le radici a cui sempre uno spirito anela anche quando lo nega.

Ma cosa sono le radici? Come nascono? Nascono sempre?

 

Sulla Nazione

Già da quanto ho digitato la parola Polonia le dita solleticavano per passare al concetto di Nazione. Ma era importante inserire nei presupposti la parola “radici”.

Per farvi sentire il brivido o percepire quel solletico che mi faceva prudere le dita, vi riporto un passo del nostro inno nazionale. Probabilmente in molti non conoscono le strofe che stanno oltre “l’Italia chiamò. Sì!” fortunatamente diffuse grazie alle partite di calcio. Ma io adoro le strofe successive, forse ancor più di quelle più note.

 

Son giunchi che piegano / le spade vendute:

già l’Aquila d’Austria / le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia, /il sangue Polacco,

bevé, col cosacco, / ma il cor le bruciò.”

 

Prima di passare alle argomentazioni, vi faccio notare anche questa curiosità: l’inno italiano e quello polacco costituiscono l’unico caso al mondo in cui nel testo dell’uno viene citato l’altro Paese e viceversa. L’inno polacco (Mazurek Dąbrowskiego, ossia Mazurka di Dąbrowski) fu scritto ed eseguito per la prima volta nel 1797 a Reggio Emilia da Józef Wybicki, tenente dell’armata polacca del generale Jan Henryk Dąbrowski che aveva radunato un’armata di soldati (le c.d. Legioni polacche) per unirsi a Napoleone nella Campagna d’Italia.

Dopo il bellissimo incipit “La Polonia non è ancora scomparsa” (in cui ci si riferisce alla spartizione avvenuta due anni prima tra Russia, Austria e Prussia e che aveva cancellato la Polonia dalle carte geografiche), dice nel ritornello:

 

Marcia, marcia, Dabrowski, /dalla terra italiana alla Polonia,

sotto il tuo comando,/ci uniremo come popolo”.

 

Napoleone, nonostante l’amore a quanto pare profondo che successivamente lo legherà alla nobildonna polacca Maria Walewska, non restituirà la Polonia ai polacchi (pur sottraendola in parte ai russi attraverso la creazione del Ducato di Varsavia sotto protettorato francese). Ciononostante i polacchi gli rimasero sempre fedeli e uno squadrone di Lancieri Polacchi lo accompagnò alla nave verso l’isola d’Elba mentre fu Maria Walewska a stargli accanto fino alla partenza per l’isola di Sant’Elena.

Perché ho scritto qualche riga “di troppo” su questi episodi? Perché una “vicenda personale” riassume benissimo la connessione esistente tra alcuni attori nell’Ottocento, il c.d. secolo dei nazionalismi. Nella vicenda narrata il nazionalismo francese si lega e collega a quello italiano e a quello polacco. In quel periodo storico, il concetto di Nazione era qualcosa di perfettamente chiaro ed empaticamente comprensibile anche a chi non era della tua stessa Nazione. Il nazionalista polacco avrebbe lottato per aiutare la causa italiana, come quello italiano avrebbe lottato per quello polacco, idem il francese (non è un caso che il generale Lafayette guidò i francesi sotto il suo comando a combattere a favore dell’indipendenza americana dalla MADREPATRIA inglese, giacché è proprio con le rivoluzioni della II metà del settecento e in particolare con quella francese che si afferma il concetto di Nazione).

Il nazionalismo nell’Ottocento, quindi, univa. Non divideva. Creava fratelli, non nemici.

 

In fondo è per un “impeto di nazionalismo”, ad esempio, che lord Byron andò in Grecia, come molti altri stranieri, a combattere per l’indipendenza greca dall’impero ottomano, trovandovi ahimé la morte.

Nazionalismo e patriottismo coincidevano: si trattava di amore viscerale per la propria terra d’origine, intesa non solo come territorio fisico, bensì come cultura, lingua, tradizioni. Tendenzialmente una Nazione coincideva con un popolo ma non sempre essi corrispondevano a Stati esistenti. Pensate alla Nazione ungherese, al popolo ungherese, che neppure sotto l’amata imperatrice Sissi trovò soddisfazione al proprio desiderio di indipendenza.

Tuttora molte Nazioni e popoli continuano a non avere una forma statale ed è questo rigurgito che sta risvegliando queste forze che fuggono dal centro (centrifughe), costituito simbolicamente da Bruxelles, per acquisire una propria autonomia.

 

Tuttavia, qui è necessario non saltare un passaggio: se il nazionalismo ottocentesco univa ed era una cosa così nobile che, se ben ci pensiamo, ha prodotto come effetti il Risorgimento italiano e infine la nascita dell’Italia unita, perché adesso – ogni volta che si parla di nazionalismo – l’accezione è fortemente negativa?

La risposta è semplice ed immediata per molti di voi: per via del nazionalsocialismo, meglio noto come nazismo. Volente o nolente questo fenomeno ha mutato il concetto di nazionalismo nella percezione, sia delle masse che degli intellettuali, portando quindi a una divergenza tra nazionalismo e patriottismo.

 

Il nazionalismo è dunque adesso un’esaltazione della propria nazione tramite l’affermazione della propria superiorità rispetto alle altre Nazioni (la ben nota superiorità della razza, declinata poi in diverse forme), mentre il patriottismo è un’esaltazione della propria Nazione legata all’amore che si prova per lei (un po’ come un innamorato che non riesce a vedere altro che la sua bella!).

 

Ora, tutto questo discorso lo si potrebbe un attimo interrompere chiedendovi un commento: le manifestazioni avvenute a Varsavia in salsa antirussa, omofoba, antimigranti e ultracattolica possono essere equiparate a quelle avvenute in Catalogna?

In entrambi i casi i media e i politici io li ho sentiti parlare di nazionalismo, ma sono davvero la stessa cosa?

I catalani indipendentisti indubbiamente non hanno in simpatia gli spagnoli in quanto li considerano “oppressori”, ma la loro richiesta di “libertà” la collegano a convinzioni di superiorità rispetto agli altri popoli e nazioni? No, nemmeno nei confronti degli spagnoli si sentono superiori, si sentono semplicemente diversi e “legati”. Tant’è che se la Spagna avesse avuto il buon senso di fare le concessioni di autonomia chieste negli ultimi dieci anni dalla Catalogna, niente di tutto quello che è avvenuto si sarebbe verificato.

Nelle manifestazioni di Varsavia invece, almeno osservandole dall’esterno (ma spero di ricevere una smentita), si respirava odio verso gli altri e superiorità nei confronti degli altri.

 

Se dovessi pronunciarmi, direi che quello catalano è nazionalismo ottocentesco mentre quello polacco è più nel range del nazionalsocialismo.

Vedete? Quando parlavo prima del potere delle parole e della capacità di confusione che viene generata dall’usare impropriamente un termine, si finisce per mettere nello stesso calderone due fenomeni differenti e con ciò si fa danno nella percezione di chi riceve l’informazione. E alla fine, nella società, ciò che conta è la percezione: è quella che forma l’opinione delle persone.

 

Sull’identità

Tuttavia, a questo punto si pone anche un'altra questione: l’identità. Se dovessi dire in una sola frase cosa penso scorrendo velocemente nella mia testa i fatti europei dall’Ottocento ad oggi, direi: “l’identità unisce; la mancanza di identità e/o la sua ricerca spasmodica divide”.

Parto da un veloce ritorno alla proposta di “Matria”, in cui si sottolineava l’importanza dell’animo accogliente che il femminile garantisce rispetto al maschile giacché siamo in un mondo senza confini. Quello che penso è che troppo spesso non ci si è intesi molto su questo punto: il fatto che i confini oggi siano aperti non significa che non ci siano più. Ed è bene così. I confini aperti li dobbiamo immaginare come le finestre spalancate quando a casa vogliamo cambiare l’aria perché è diventata stantia. Cambiare aria, ossigenare, fa bene! Ma i confini ci devono essere, altrimenti si perde – da un lato – il concetto di sé e – dall’altro – non si è più in grado di distinguere l’altro da sé.

Anche noi, come individui, abbiamo confini fisici: la pelle è solo l’ultimo strato ed è quello che ci protegge dall’esterno e allo stesso tempo “raggruppa” gli atomi di materia che costituiscono il nostro corpo. I nostri occhi, le orecchie, gli occhi, la bocca, sono invece finestre che fanno entrare dentro di noi la musica, il sole, il buon cibo, ma al contempo da queste finestre possono entrare cose negative: le urla dei vicini che litigano, scene di degrado, odore di incendi in corso nell’estate romana.

Semplificando, ma non banalizzando, è il fare esperienza con ciò che è esterno o viene dall’esterno che ci fa conoscere meglio noi stessi (ad es. la nostra reazione alle urla dei vicini qual è? Chiamiamo la polizia? Ce ne freghiamo? Stiamo in vigile attesa sperando di udirli far pace? Se non ci fosse la lite – fattore esterno – le nostre reazioni interne non sarebbero mai sollecitate). L’insieme di quelle reazioni ed emozioni e pensieri interni costituisce poi la nostra identità, e quell’insieme non si riprodurrà mai precisamente e di nuovo: questo rende ogni identità unica.

Riportando i parametri psicologici/sociologici degli individui agli Stati, lo stesso vale per una Nazione, per una Patria, per i suoi cittadini. Se questi ultimi non hanno un’identità individuale inserita in una collettiva, le società si sgretolano. Generalmente l’identità “collettiva” viene data dalla cultura di provenienza che, in parte, influenza quella individuale. In mancanza di una identità individuale, quella collettiva (che sia di un gruppo o di un partito o di uno Stato) supplisce a quella carenza di identità.

 

Ora, il problema della nostra società è molteplice:

1.     Mancanza di identità individuale;

2.     Mancanza di identità collettiva;

3.     Ricerca della prima di queste identità ostacolata, tra le altre cose, da sentimenti di odio, invidia, competizione e simili da parte degli altri individui; tutto ciò poi impedisce di conseguenza anche la formazione di un’identità collettiva: come faccio a sentirmi un tutt’uno con chi fa di tutto per affossarmi?

 

Partendo da quest’ultima, mi riallaccio all’episodio della mia amica di cui vi ho parlato all’inizio di questo scritto. Quanta fatica deve fare per crearsi un’identità individuale se gli input che le vengono dall’esterno sono sostanzialmente “sentiti in colpa perché hai avuto immeritatamente (giacché legate solo all’esser nata in una determinata famiglia) opportunità che noi non abbiamo”?

La mia osservazione per confortare la mia amica fu che il luogo e il tempo in cui nasciamo sono legati al destino, al caso, e nel destino non c’è né colpa né responsabilità: noi non avremmo potuto cambiare questi presupposti. Il nascere in una famiglia agiata è dunque un’occasione (che contiene etimologicamente la parola “casus” che in latino significa appunto il “destino”). Ma poi sta a noi trasformare, attraverso impegno e opere, le occasioni che ci vengono date in opportunità (parola che contiene appunto il termine latino “opus”, opera, fare). Non utilizzare quelle occasioni e non trasformarle in opportunità è solo e unicamente stupidità. Il crimine è quando quelle occasioni vengono letteralmente abusate, sprecate e dissipate: guardate il “fenomeno” Vacchi, ché solo a pensarlo mi viene l’orticaria.

Rimproverare a una persona che nasce agiata il fatto di usare quell’agio per poter fare cose buone per sé e per gli altri, invece, equivale ad affermare che un’artista non dovrebbe utilizzare le proprie doti artistiche, immeritatamente ricevute dalla natura, solo per non ferire tutti quelli che tali doti non le hanno ricevute.

 

Questo non significa che io non sia contro i favoritismi, tutt’altro, visto che ne sono vittima. Ma i favoritismi, gli abusi, son ben altra cosa dal semplice non essere nati poveri. La povertà non è un valore di per sè, così come la ricchezza non è un disvalore di per sé: sono occasioni, neutre, che diventano negative o positive a seconda della persona con cui entrano in contatto.

Mi rendo conto che questo è un discorso che a molti non andrà giù, ma molti altri coglieranno esattamente il punto. Uno dei problemi della nostra società è riassumibile in un passo del VI Canto dell’Inferno di Dante, canto politico dedicato a Firenze, in cui Ciacco – finito nel girone dei golosi – alla domanda di Dante su cosa avesse fatto scoppiare la guerra a Firenze, risponde:

 

“superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c' hanno i cuori accesi”.

 

A distanza di secoli, vi sentite di dire che non siamo ancora a questo livello?

Superbia: l’umiltà ormai è merce rara e quando la si trova negli altri è da tenersela stretta. Tutti si credono superiori e non vi è traccia di disponibilità a imparare. Dove si pensa di andare?

Per citare un libricino letto nell’ultimo anno (e di cui vi consiglio vivamente la lettura: è breve ma davvero incisivo!) “Un’umanità senza libri è destinata a regredire, nonostante abbia la tecnologia digitale. […] Così come una fiamma che smette di alimentarsi si spegne, egli [l’individuo] non smetterà di cibarsi di cultura, altrimenti morirà”. Ebbene, la maggior parte dei nostri concittadini, quelli con cui dovremmo fare comunità, sta morendo, dentro; ha smesso di cibarsi e, ciononostante, non ha l’umiltà di ammettere che è a digiuno di cultura. Tutti sanno tutto e, di conseguenza, il relativismo è diventato il “valore” del momento fino a prendere possesso della politica: tutti la possono fare, anche senza la benché minima competenza.

Invidia: l’esempio che vi ho fatto della mia amica è calzante. Anziché impiegare le proprie energie in senso costruttivo per sé e magari anche per gli altri, le si spreca in funzione distruttiva dell’altro. E in questo modo si attiva anche un processo di de-responsabilizzazione: se io non riesco a ottenere ciò che voglio non è mai una mia responsabilità, bensì è dovuto al fatto che l’altro ha avuto più possibilità di me. Alcune volte, naturalmente, è vero; il problema infatti sta nel fatto che sia divenuto invece il pensiero mainstream.

Avarizia: per fare comunità e sentirsi comunità è richiesta generosità, in senso lato. Non parlo necessariamente del dare la vita per l’altro e per la causa comune come facevano gli eroi risorgimentali, ma impegnarsi per la collettività e, quando possibile, condividere i frutti di un successo sì. Invece, no, viviamo nella società della pagnotta e dell’orticello, in cui quando poi abbiamo/otteniamo quello che invidiavamo a chi aveva di più, diventiamo a nostra volta avidi. Non lo condividiamo.

E non parlo necessariamente di soldi. Parlo di energie, di ideali, di impegno. Sebbene con la crisi della politica le forze dal basso si siano attivate (vediamo ad esempio la continua fioritura di comitati di quartiere che è qualcosa che io apprezzo tantissimo), la la “guerra sociale” in cui ci troviamo richiede molti e forti esempi. E di esempi buoni cui viene data visibilità a me non pare che ce ne siano.

 

Tornando all’identità individuale, perché l’abbiamo persa? Una risposta valida, sebbene sia una variabile e non LA risposta, la ritrovo sempre nel libricino di cui sopra: “essere troppo radicati in un contesto comporta una rigidità di pensiero, mentre lo sradicamento totale comporta un individuo confusionario, che o rifiuta qualsivoglia tipo di sforzo verso uno scopo (letteralmente vagabonda sulla terra senza un perché e depresso) o, caso più unico che raro, ingaggerà una guerra ventennale per scoprire (o meglio, ricrearsi) nietzcheanamente un senso”. Al giorno d’oggi io credo che esistano entrambe queste tipologie di individuo, nonostante l’apertura delle frontiere di cui ho a lungo parlato. Ma la perdita di identità la attribuisco alla confusione insita nella seconda tipologia: quando mi si dice “io sono cittadino del mondo” mi viene un coccolone, perché ormai ho appurato empiricamente che ho di fronte persone senza identità o con identità confuse. Questo non è un giudizio di valore sulla loro bontà o meno, si può essere comunque bravissime persone pur non avendo un’identità, ma quell’assenza o confusione poi si riversa inevitabilmente sulla qualità della vita del singolo e della collettività in cui è inserito. Quante persone buone conoscete che sono però infelici? Il 99% delle volte l’infelicità dell’individuo è legata a una questione identitaria.

Mi rendo conto che questo discorso fatto da me, che sono un’internazionalista, quasi stona. Ma i “cittadini del mondo” proprio non li posso più digerire. Equivale a essere cittadini di nulla.

 Facendo un esempio su me stessa: io amo Dostovjeski così come Dumas, amo Jane Austen così come J.R. Martin, ma questo amare esponenti di culture diverse non mi rende cittadina del mondo bensì un’italiana dalla mentalità aperta. La differenza sta nel fatto che invece Dante, Leopardi, Foscolo o Alfieri (solo per citarne qualcuno) io li sento profondamente miei e in loro mi identifico (e non sto parlando del pensiero letterario in questo caso!), mi dico: sono figli dell’Italia! Sebbene quando son vissuti l’Italia come Stato non esistesse, ma esisteva o iniziava a esistere come Nazione.

 

E qui veniamo all’ultimo aspetto da sviluppare: come inizia a esistere una Nazione? Risposta: con il nascere di una cultura (intesa in senso lato: lingua, letteratura, arti figurative, e via dicendo).

Non necessariamente ad ogni cultura corrisponde una Nazione, giacché una cultura può caratterizzare una macroarea geografica, ma sempre a una Nazione corrisponde una specifica cultura. Ed è naturale che, nel momento in cui viene meno l’identità individuale, ci si rivolga a quella collettiva come un’edera che si aggrappa disperatamente a un muro. Pensate ad esempio agli intellettuali ungheresi che hanno tenuto in vita la cultura ungherese, e quindi la Nazione ungherese, quando il socialismo reale, alias comunismo, cercava di annichilire le anime degli individui in nome dello spirito collettivo di classe! Il singolo veniva annichilito nell’identità ma, aggrappandosi alla cultura nazionale comune, poteva sopravvivere.

O pensate anche al rogo dei libri da parte del nazismo: la cultura crea identità, diffonde idee, avrebbe fatto risorgere la Nazione tedesca (che nella sua accezione ottocentesca difficilmente avrebbe fatto nascere quello che è diventato nazionalsocialismo. Nei “Discorsi alla nazione tedesca” di Fichte non si parla di odio verso gli altri, ma di unità dei tedeschi per secoli divisi in staterelli).

 

Per decenni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si è continuato ad aggrapparsi all’ideologia che comunque forniva un’identità. Ma un’identità rigida. E qui ripropongo un paragone calzante letto nel libricino cui ho fatto riferimento prima: “La differenza tra acqua e ghiaccio è la medesima che corre tra idea e ideologia. La prima è un’essenza vivente immutabile, la cui forma muta nel tempo; la seconda è un blocco di ghiaccio che annichilisce la vita. […] Se l’acqua si cristallizza, si immobilizza e diventa relativamente fragile e potrebbe rompersi. Così le idee che vengono irrigidite”. Ora, sebbene le ideologie fornissero un’identità, essa era un’identità troppo irrigidita e ciò la rendeva fragile.

Dovremmo imparare a trovare la nostra identità nelle idee, che siano quelle di cui è portatrice la nostra cultura o quelle di un’altra cultura (Lord Byron si sentiva più greco che inglese, eppure nel suo sangue non scorreva un goccio di sangue greco!). Purché siano idee e non ideologie.

Tuttavia, siccome l’ideologia fornisce anche una struttura in cui inquadrarsi mentre l’idea è fluida e in qualche modo richiede “un impegno a gestirla” da parte del singolo individuo, l’ideologia costituisce una via d’uscita più semplice.

 

Nel mondo d’oggi in cui si assiste a una crisi di identità individuale, le vie di fuga sono sostanzialmente raggruppabili in:

  • Cerco spasmodicamente un’identità al di fuori, viaggiando ma quasi sempre, in realtà, vagando. Finisco per essere cittadino del mondo, senza radici e in preda a una confusione identitaria magari maggiore di quella che avevo inizialmente;

  • Le Nazioni (in senso ottocentesco) sopite si riattivano, anche in opposizione al tentativo di annichilire l’identità nazionale (vedi Catalogna);

  • Si torna alle ideologie e quindi anche al nazionalismo irrigidito tipico del Novecento. Vedi la manifestazione polacca.

Tuttavia, su quest’ultimo punto, va evidenziata una cosa: più si tenta di rendere fluida una cultura di appartenenza, più la risposta si radicalizza. Mi spiego meglio: quella vista scendere in strada a Varsavia non aveva nulla a che fare con l’identità della Nazione polacca; tutti gli appelli a Dio fatti in funzione antirussa e antislamica non sarebbero piaciuti neppure a Giovanni Paolo II nonostante il suo ruolo determinante nello sganciamento della cattolica Polonia dalla Russia sovietica e malgrado la sua posizione intransigente quanto all’affermazione delle radici cristiane dell’Europa. Quella che stava manifestando in piazza era una radicalizzazione del nazionalismo polacco.

 

Ma ci chiediamo perché?

 

Sebbene io sia propensa alla linea dell’integrazione e dell’accoglienza, non le accetto quando esse vengono fatte in maniera scellerata e, conseguentemente, deleteria per tutti: per chi dovrebbe integrare e per chi dovrebbe essere integrato. E nonostante il mio essere pro integrazione e accoglienza, considero fortemente dannosi tutti i discorsi multiculturali che trascendono dalla conoscenza effettiva delle culture di cui si parla, sostanzialmente affermando – come il politically correct impone – che all’interno di una cultura è necessario o sempre possibile accettare tutte le altrui diversità.

Citando nuovamente il libricino: “Le culture sono diverse, le culture nascono, muoiono, si accoppiano, generano nuove culture: come gli esseri umani. A volte si mischiano perché si piacciono. A volte si scannano. Come gli esseri umani, come gli animali. […] le culture sono esseri viventi: non sono mai uguali, ma possono essere simili, generare culture simili e scontrarsi con culture diverse. Sono dotate di anima. Quando questa viene uccisa, una cultura muore. […] Ogni cultura ha un’anima e quell’anima è come il genius loci, è uno spirito che lega quella cultura a una terra”. Per cui, non è scritto da nessuna parte che una peculiarità culturale legata a una specifica terra poi possa tranquillamente inserirsi in un’altra terra: forse che sì forse che no, direbbe Pirandello!

 

Le culture sono corpi e ognuna è “corpo estraneo” per l’altra. Immaginate una cultura come un individuo: non si può fare un trapianto di individuo all’interno di un altro individuo. Però si può provare un trapianto di organi, in cui ogni organo rappresenta una peculiarità culturale. Come nel trapianto di organi, in medicina, c’è il rischio di rigetto, così è anche per il trapianto di peculiarità culturali. L’innesto può avere successo (e allora ci sarà un mischiarsi di culture) o può dover affrontare un rigetto e le due culture, sul quel punto, non troveranno mai un incontro.

 

Ma non si può né pretendere né affermare che un mix di culture non può che funzionare e dare quindi necessariamente connotati fascisti alle reazioni di rigetto da parte della popolazione. Naturalmente si ritrovano anche quelle (le reazioni fasciste), ma non solo quelle e continuare a ridurre il fenomeno unicamente a questo aspetto può avere solo il risultato di radicalizzare ulteriormente le successive reazioni nonché dare dimostrazione di essere letteralmente sconnessi dalla realtà. A volte un rigetto di integrazione è semplicemente un dire “rispetto ma non condivido” (che, chi tra di voi è psicologo, potrà confermare essere la regola must per risolvere tantissimi conflitti interiori nell’individuo; noi facciamo lo sforzo di applicarlo alla collettività).

 

Nel caso della manifestazione di Varsavia, a mio avviso, le radici sono due: ritorno alle ideologie approvato e, conseguentemente, foraggiato dalle élite politiche; ricerca di un’identità collettiva che, dopo l’uscita dal blocco sovietico, non è riuscita a ritrovarsi in nessun altro modello, lasciando “allo sbando” i singoli che – dopo aver tentato, invano, di guardare al modello Europa – sono andati a ripescare il nazionalismo (inteso come Nazione polacca). Ma giacché il secondo aspetto si accoppia in contemporanea al primo (l’ideologia), ne è venuto fuori un rigurgito di nazionalsocialismo. 

 

Certo è che tutti questi nazionalismi, che siano “ottocenteschi” come quello catalano o “novecenteschi” come quello polacco, non fanno altro che mettere in luce il fallimento (perlomeno parziale) del progetto europeo, che pur riuscendo ad applicare un principio suo proprio, qual è il principio di sussidiarietà, a livello amministrativo (ossia il centro di potere più vicino al cittadino – ad es. il comune - si occupa di risolvere il problema dell’individuo anziché rinviarlo, salvo sia necessario, ai livelli di potere superiori) non ha saputo farlo anche a livello politico e di idee. Certo, la responsabilità in primis va a quelli che dovevano essere i suoi ambasciatori (ossia i politici e i media nazionali).

 

La soluzione a tutto ciò?

Iniziare un viaggio alla ricerca dell’identità, armati di umiltà e voglia di cultura, perché non è assolutamente vero che tutti possiamo fare tutto, io ad esempio non sarei in grado di fare l’infermiera solo perché son capace di fare un’iniezione!

In primis cultura per i nostri politici, perché la politica non è solo una missione ma anche un “lavoro”, il più importante, giacché è quello da cui viene l’esempio che altri seguiranno.

E se l’esempio è quello di corrotti e/o incompetenti, la società non farà altro che imitarli. Se l’esempio è un continuo invito alla superbia, all’invidia e all’avarizia non ci potrà essere altro che la divisione sociale, come Firenze ai tempi di Dante.

Se l’esempio è un continuo contrapporsi tra “noi siamo una cultura migliore e superiore”, da un lato, e “siamo tutti uguali e possiamo coesistere senza problemi e se tu trovi difficoltà evidentemente il problema sei tu e non la differenza congenita tra culture”, dall’altro, allora non potrà che esserci una continua contrapposizione e incomprensione.

E quando si è incompresi, l’emotività vince e si finisce o per distruggere l’altro o per autodistruggersi: nel primo caso diventeremmo assassini, nel secondo dei suicidi.

Please reload

Search By Tags
Archive
Please reload

CONTATTI
DOVE PUOI TROVARMI
MANDAMI UN COMMENTO

Lavoro tra Roma e Orvieto

(per consulenza e corsi anche

su territorio nazionale, su richiesta)


info.irenepiccolo@gmail.com

 

© 2015 by IRENE PICCOLO

  • Facebook Social Icon
  • Twitter Social Icon
logo Associazione AMIStaDeS Giuseppe Soccio
  • Facebook Social Icon