Tra #hashtag e trivelle, tertium non datur? L'Italia e l'energia: fotografia di un Paese sull'orlo di una crisi di nervi

April 20, 2016

 

 Spero che questo articolo non mi attiri le ire di molti di voi, perché so già che sarà in parte controcorrente rispetto al sentire comune di questi giorni. O perlomeno quello che si “respira” sui social.

Ebbene sì. Parlerò del referendum. No, parlerò dell’INTERESSE NAZIONALE.

Come sempre, il fatto – in questo caso il referendum - sarà solo il punto di partenza per un discorso più ampio. Tutta la mia analisi sarà ispirata dal concetto di “interesse nazionale” che non sento usare spesso e quando lo sento usare è fatto in modo distorto e abusato e male interpretato, guarda caso.

Darò un enorme peso e valore all’aggettivo. Nazionale: gli Italiani son Nazione? Oppure vale la strofa dell’Inno d’Italia, quella immediatamente successiva rispetto a quella in cui si fermano i nostri calciatori e tifosi quando si suona l’Inno: dopo “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte l’Italia chiamò”, c’è la strofa che inizia con “Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi”. Cosa siamo adesso?

 

All’inizio potreste sentire il timore che io vada a farvi una disquisizione sociologica, ma non è così. O meglio, non del tutto. La sociologia è una scienza troppo sottovalutata e bistrattata. Idem la filosofia. Se un problema ha l’Italia adesso è quello di non avere alle spalle un pensiero che sia uno: siamo nella politica del fare al punto che siamo tanto affannati a fare, fare, fare, che le nostre azioni viste da fuori sembrano non avere un nesso logico. Anzi, a volte sembrano entrare in contraddizione. In realtà non è che sembrano; semplicemente non hanno un nesso logico, un pensiero comune che le ispira e che quindi le conduca su un percorso coerente. Tutto sembra fatto “alla cavolo”, e sto usando un termine elegante. Perché? E soprattutto, così facendo, l’Italia come ne esce?

 

In questo articolo cercherò di parlarvi di come l’Italia “si nutre” a livello energetico. Qual è la situazione attuale? Come sarebbe la situazione rinunciando a petrolio e gas? E via dicendo. Quindi da una premessa teorica, arriveremo a un qualcosa di molto pratico e pragmatico.

 

Ma andiamo con ordine. Mi è dispiaciuto non riuscire a scrivere prima tutto ciò, sebbene fosse già chiaro nella mia testa da mesi. Non perché abbia la presunzione di creare un movimento di opinione: so bene che il “mio seguito” non è di tale portata. Semplicemente, però, mi sarebbe piaciuto contribuire alla riflessione. Anche perché, alla fine, quel che dirò esula sostanzialmente dagli esiti del voto, dal raggiungimento o meno del quorum.

 

Il referendum

A proposito del quorum, e del diritto al voto, vorrei fare un piccolo inciso: il referendum è impostato in modo tale che alla domanda ci siano due possibili risposte, un sì o un no. Ma chi come me non condivide, sullo specifico quesito, né la risposta sì né il no deve essere davvero crocifisso? Perché io dovrei essere costretta a farmi andare bene una risposta che non condivido? Mi rendo conto che non si può impostare il referendum con un quesito a risposta multipla, ingarbuglierebbe ancora di più le carte; e se già la gente si incarta davanti a un sì o un no, figuriamoci davanti a diverse scelte. A maggior ragione se, dalla parte di chi dovrebbe spiegarti il quesito c’è la tendenza a rendere il testo il più oscuro possibile di modo che il cittadino, che non si interessa “tecnicisticamente” della cosa, debba per forza fidarsi dell’interpretazione che gli dai tu.

 

Sì, alla fine, è una gara a chi vende meglio la propria interpretazione. E’ questa l’amarezza.

E personalmente trovo esecrabile chi è andato a votare, sì o no che fosse, solo perché aderenti a un “credo” senza però sapere cosa andavano a votare (ho sentito interviste di persone uscite dal seggio che non sapevano, neppure astrattamente, cosa comportasse votare sì o votare no). Altrettanto esecrabile chi non è andato a votare per noia o per motivazioni politiche, nella misura in cui al momento la politica non è la “massima etica dello Stato” (per mutuare Cicerone) bensì campanilismo e divisione.

 Invece ha tutto il mio plauso chi è andato a votare sì perché consapevole di quali fossero le conseguenze, chi ha votato no con la medesima consapevolezza, e anche chi non è andato perché – con un proprio pensiero ben formato – non si ritrovava in nessuna delle due opzioni.

 

Vedete, io sono molto “fan” di una cosa: non esiste la verità assoluta. E neppure la giustizia in senso assoluto. Per il semplice fatto che tutti abbiamo un punto debole: tutti i nostri pareri, per quanto oggettivi possano essere, saranno sempre soggettivi. Come posso mai convincere qualcuno che quel che penso io è giusto di per sé? Che non c’è qualcosa di ancora più giusto? Semmai è giusto per me, ma come faccio ad affermare con assoluta certezza che sia giusto per tutti? A maggior ragione in temi come l’ambiente, in cui spesso la scelta giusta è spesso quella che è considerata la migliore moralmente?

 

Morale, etica, giustizia, politica. Termini che si confondono, sovrappongono, tirati in ballo una tantum e poi spesso abbandonati a se stessi. Sapete benissimo, soprattutto chi segue la mia pagina Facebook, che sono a favore delle campagne ambientali; pubblicizzo spesso le notizie che vengono dall’America Latina dove le multinazionali sono spesso “mandanti”, effettivi o morali, delle uccisioni degli attivisti. Non mi tiro indietro nel dire la mia e nel dire che sono a favore di un maggior rispetto dell’ambiente nella nostra società così come ho sempre ben presente il c.d. “diritto delle generazioni future” a un ambiente più salubre, ma anche a un mondo migliore in generale.

 

Io mi sento con Yves-Jacques Cousteau quando, a partire dal 1979, proclama al mondo queste parole: 

 

«Demain, je veux que les droits de ceux qui nous succéderont

soient inscrits dans les devoirs de ceux qui existent»

 

che porterà in pochi anni alla raccolta di quasi dieci milioni di firme perché si ratificasse la Dichiarazione dei diritti delle generazioni future. Ma questa rimane pur sempre un'azione privata.

Il diritto delle generazioni future viene giuridicamente riconosciuto per la prima volta  nella conferenza di Rio de Janeiro del 1992 (ecco in italiano il testo della dichiarazione), e quando riascolto il discorso che la piccola Severn Cullis-Suzuki (vi posto qui il video nella risoluzione migliore che ho trovato su youtube) tenne in quell'occasione ancora mi commuovo e mi viene la pelle d’oca. Il blog nasce anche per questo: non ho la pretesa di ottenere qualcosa nel breve periodo, ma nel lungo periodo sì. E’ su quello che conto, e molto!

 Nel 1997,  in ambito UNESCO, viene ulteriormente consacrata la responsabilità intergenerazionale: l'UNESCO "Proclame solennellement ce douzième jour de novembre 1997 la présente Déclaration sur les responsabilités des générations présentes envers les générations futures"

 

 Ubi societas, ibi ius

Tuttavia, c’è un’ulteriore riflessione da fare: i latini dicevano ubi societas ibi ius. Letteralmente, dove c’è una società c’è il diritto.

La prima conseguenza di questa affermazione è che un aggregato di persone, una volta costituitosi in società, ha bisogno di regole per organizzarsi e convivere, quindi di diritto. Al contempo, questo brocardo riassume un altro concetto: il diritto prodotto da una società è frutto e riflesso di quella società. Se – e ora ipotizzo – noi abbiamo un diritto non molto amico dell’ambiente è perché la maggioranza della nostra società dell’ambiente se ne infischia. Per poter avere un’evoluzione del nostro diritto in un’ottica filoambientale è necessario che una pari evoluzione si abbia anche nella nostra società. Secondo me è quasi deleterio puntare tutto e solo su un referendum, attribuendogli una portata più ampia di quella che effettivamente ha per condurre una battaglia molto più grande, di quelle che vanno condotte giorno per giorno.

 

Ipotizziamo pure che il referendum avesse avuto esiti positivi nell’ottica “ambientalista”, quanto ciò cambia il vivere della nostra società se poi molti continuano a essere poltroni ai massimi livelli da prendere la macchina anche per fare 100m? se si buttano le carte e altro per strada senza farci neanche caso, quasi in automatismo? Se si lasciano i rubinetti dell’acqua aperti a manetta quando basterebbe una quantità di acqua nettamente inferiore per lavare i piatti?

 

Si tratta di educazione su ampia scala e di consapevolezza acquisita che dal basso poi impone una radicale svolta nel diritto, non il contrario. I referendum possono cambiare la storia di un Paese quando il tema è ampiamente sentito (vedi divorzio, aborto, ecc.). Fintantoché questo sentimento comune non c’è, puntare solo o soprattutto su campagne referendarie rischia di dare un messaggio sbagliato: vale a dire, imporre a uno Stato la decisione/consapevolezza della minoranza. E’ un lavoro lungo, faticoso, difficile e accidentato. Io, con il mio blog, trovo le stesse identiche sfide. So benissimo di essere in minoranza. Ma la strada per accrescere la consapevolezza degli altri è l’unica strada possibile.

 

A meno che non si voglia fare come si fece negli Stati Uniti, quando Lincoln per introdurre l’emendamento che aboliva la schiavitù impose la convinzione di una minoranza tramutandola in maggioranza. Come? Intercettando gli “Scilipoti” di turno: offrendo cariche pubbliche e/o soldi a quei deputati che avrebbero appoggiato l’emendamento. Lincoln era convinto che l’abolizione della schiavitù fosse una cosa oggettivamente giusta, ma anche qui torniamo sul discorso della morale. Mentre ci sono argomenti in cui è più facile dimostrare che una scelta si avvicina a quella più giusta possibile, in altri è molto più arduo. Per intenderci: se facciamo un sondaggio chiedendo “trovate giusta l’abolizione della schiavitù?”, se non ottenete il 100% poco ci manca; se la domanda è “trovate giusta l’abolizione delle opere di trivellazione?”, non è detto che otterrete il 50%. La prima domanda appartiene alla sfera dei diritti civili, la seconda a quella dei diritti sociali. Sociali = della società. Quanto in Italia c’è il sentimento di società, e quanto quello di “individualità”?

 

I quesiti referendari=geroglifici

Per tornare all’oscurità dei quesiti referendari, mentre in genere io attribuisco molte, non colpe, ma responsabilità, al cittadino che ha il diritto/dovere di informarsi, altrimenti il suo diritto/dovere al voto non sarà mai libero ma sempre condizionato da quello che ti “vendono” gli altri; stavolta, come in tutti i casi di referendum cui ho assistito da che ne ho memoria, attribuisco una grandissima, enorme, mastodontica responsabilità alle due “fazioni” che si contendono la vittoria. Trasformare i temi referendari, che in genere sono o dovrebbero essere temi che toccano la coscienza pubblica, in un voto a favore o contro il governo è subdolo e disonesto. Altrettanto fuorviante è assegnare al referendum una portata diversa da quella reale.

Mi spiego meglio: ricordate il cosiddetto “referendum sul federalismo”? Allora, il popolo italiano fu invocato e sollecitato per andare a votare contro la riforma costituzionale presentata come federalista, ma nessuno o pochi inascoltati raccontavano alla gente che l’Italia era già diventata federalista (un federalismo all’italiana, s’intende!) con la precedente riforma costituzionale del 2001 su cui tanto dibattito e scontro non c’era invece stato, e che è sostanzialmente una delle concause principali del malfunzionamento – per sovrapposizione di competenze o, nel dubbio di chi sia la competenza, di “io me ne lavo le mani perché tocca alla regione/comune/Stato e non a me” – del “sistema Italia”. E quindi, semmai, la nuova riforma andava a rendere più coerentemente federalista il pastrocchio precedente: ma fu trasformato in un referendum pro/contro Berlusconi, quindi la riforma bocciata e ora stiamo con la versione costituzionale del 2001 ancora in vigore.

 

Ora, anche in questo caso, il referendum è diventato “il referendum sulle trivelle” o, in alternativa, il referendum pro/contro Renzi. Mentre sulla seconda opzione c’è poco da dire, visto che poco fa l’ho definita una pratica subdola e disonesta (e onestamente poco, anzi nulla, mi importa che a farlo sia la destra, il centro, la sinistra o un qualunque altro partito), sulla prima voglio argomentare un po’ di più.

Trivelle? Quali trivelle? La trivellazione c’è stata negli anni ’60-’70, per lo più. Ora siamo semmai nella fase di pompaggio/sfruttamento di quanto trivellato in precedenza. Mi potreste dire: è un tecnicismo. Vero, ma solo in parte. Pensate al risvolto psicologico. Quando ti dicono trivella, a cosa pensi? Io penso a un supermegatrapano che penetra nel terreno e scava scava scava, fa buchi, devasta un terreno o fondale marino. Se invece pensate a una piattaforma offshore, l’immagine è già meno devastante: magari esteticamente non è il massimo, sfregia il paesaggio, ma non meno di quanto lo farebbe una pala eolica in mezzo a un campo.

 

Il principio della sovranità sulle risorse naturali

Perché io non mi sono ritrovata né nel sì né nel no? Qui tiro fuori dal cappello un bel principio di diritto internazionale: IL PRINCIPIO DELLA SOVRANITA’ PERMANENTE SULLE RISORSE NATURALI. Grazie alla lotta dei Paesi in via di decolonizzazione, negli anni ’60 fu ufficializzato questo principio: ogni Stato aveva la piena sovranità sulle proprie risorse naturali, di qualunque tipo fossero. Questo perché, fino ad allora, il primo Paese straniero che arrivava e che aveva il know how adatto a sfruttare quelle risorse, si installava lì e iniziava a sfruttare e non lo levavi nemmeno a calcioni.

Il fatto che la legge attuale preveda che la concessione di sfruttamento dei giacimenti sia a vita lo considero una svendita totale delle nostre risorse, a maggior ragione per via del fatto che noi l’autosufficienza energetica non ce l’abbiamo, quindi dovremmo sfruttare meglio quello che ci ritroviamo. Allo stesso tempo, prevedere al termine delle concessioni la chiusura della baracca lo trovo altrettanto non condivisibile per il medesimo principio: sarebbe, a mio avviso, necessario mantenere il meccanismo delle proroghe (penso sia auspicabile almeno a dieci anni, perché se la concedi a cinque anni nessuna multinazionale sana di mente si mette ad investire. Dieci anni forse è il minimo ragionevole). A maggior ragione perché, pur non utilizzando più le installazioni offshore, le devi mantenere lì affinché fungano da “tappo” al giacimento ormai perforato.

 

Pienamente a favore, invece, di quanto già stabilito: cioè divieto di nuove trivellazioni. Ora, ho sentito spesso in giro la conclusione a contrario che se sono state vietate nuove trivellazioni è probabilmente perché ci si è accorti che erano nocive per l’ambiente e cose simili. Ora, non metto assolutamente in dubbio che questa nocività possa esserci, anzi sicuramente c’è come in ogni cosa in cui l’uomo va ad alterare gli equilibri naturali; tuttavia, vi è mai passato per la testa che forse le nuove trivellazioni non sono state previste perché forse forse lo spazio a disposizione e ragionevolmente sfruttabile è finito? È come, per fare una metafora un po’ forzata ma utile a capire quel che intendo, se l’estensione del mio pezzo di mare è grande quanto un’autovettura a cinque posti: è ragionevole che io offra un passaggio a 8 persone? La capienza è 5, al massimo – e violando la legge – mi posso allargare a 6; ma poi devo dire stop a nuove concessioni di passaggio.

Tuttavia, al contempo, il messaggio che sembra essere passato è che questo fosse anche un referendum contro il petrolio/gas, diciamo gli idrocarburi in generale. Dunque, non posso fare a meno di applicare una tecnica propria del giurista: il ragionamento per assurdo. Vale a dire, ipotizzare quale sarebbe la situazione se una determinata circostanza si verificasse.

 

Un'Italia senza idrocarburi

Quindi, ipotizziamo che l’Italia rinunci – per scelta ambientale – all’utilizzo di idrocarburi. Poi, bisogna capire se di tutti gli idrocarburi o solo di quelli prodotti in casa. Perché a questo punto ci dovrebbe venire il dubbio di coscienza/morale: l’offshore libico lo trivello, il Madagascar lo riempio di buchi, molto petrolio lo acquisto da foraggiatori del terrorismo come l’Arabia Saudita, ma così va bene. Se provo invece a sfruttare le risorse che ho in casa, commetto peccato. Rischiamo di fare i sepolcri imbiancati, lo sapete, vero?

Allora, ipotizziamo un no netto a tutti gli idrocarburi. Quali fonti avremmo a disposizione?

E in questo mi si avvia un’ulteriore riflessione: salvo il distinguo a priori tra rinnovabili e non rinnovabili, quanto posso definire “rispettoso dell’ambiente” il loro utilizzo? Nel senso, per usare il vento io devo impiantare pale giganti sfregiando paesaggi, per sfruttare l’acqua se non mi costruisco una bella centrale idroelettrica non faccio nulla, per sfruttare la luce del sole devo tappezzare tetti e distese di territorio di pannelli, ecc. Niente di tutto ciò è qualcosa di esistente in natura; l’uomo interviene sempre e comunque e introduce qualcosa di totalmente avulso da ciò che è natura.

Ma vediamoli uno a uno (avendo ben chiaro che su ogni fonte ci si potrebbe scrivere un articolo!), e proseguo con il presupposto che tutti sarete d’accordo con me che l’approvvigionamento energetico deve essere variegato, perché un Paese non può reggersi su una fonte sola..

 

Solare: quanti metri quadrati di pannelli solari ci vogliono per creare un quantitativo di energia utile a essere sfruttato? Mentre per un’abitazione è qualcosa di funzionale, altrettanto può dirsi per un’industria? O per un Paese intero? Ricordo che non troppo tempo fa lessi di un progetto, che l’Unione Europea voleva portare avanti con i Paesi del Nord Africa. In questo progetto si prevedeva di installare un oceano di pannelli solari nel deserto del Sahara e poi convogliare l’energia prodotta verso l’Europa attraverso una smartnet, letteralmente una “rete intelligente”. Vale a dire una rete di conduzione dell’energia in grado di riconoscere i punti in cui rilasciare più energia e quelli in cui rilasciarne meno. Il progetto si chiama DESERTEC (se volete saperne di più potete andare a questo link), concepito dalla compagnia assicurativa tedesca Munich Re che si è messa alla guida di un consorzio composto da società, di diversa natura e nazionalità, e di individualità che hanno aderito al progetto. La fondazione cui il progetto fa riferimento fu creata nel gennaio 2009 con il supporto finanziario del principe giordano El Hassan bin Talal e da un’associazione tedesca chiamata CLUB OF ROME. Non sono riuscita a capire con esattezza a che punto stia il progetto (di sicuro l’idea è ancora in piedi!), ma credo che la fase operativa (che originariamente prevedeva una consegna dei lavori per il 2050) sia notevolmente rallentata per via degli ultimi anni di caos nordafricano. A ogni modo vi segnalo la mappa di tubi e produzioni che era prevista.

 

 

Cercando le ultime news sul progetto DESERTEC, ho però scoperto che nella città marocchina che ha ospitato il set de “Il gladiatore”, di “Lawrence d’Arabia”, la serie “Il trono di spade” e altre produzioni cinematografiche, il re Mohammed IV, per sganciare il Marocco dalle importazioni di combustibili fossili, ha dato il via alla costruzione di una grandissima centrale solare (Ouarzazate Solar Power Station, se la volete cercare) che una volta completata dovrebbe essere in grado di coprire il 50% del fabbisogno energetico del Paese. Il progetto si chiama Noor (che in arabo significa Luce). Ovviamente, gli investitori internazionali ci sono: la Banca Mondiale, ad esempio; ma anche l’Unione europea ha dato il suo contributo (un accordo UE-Marocco di 345 milioni di euro per la prima fase di realizzazione della centrale, mentre a gennaio 2015 altri fondi sono arrivati direttamente dai ministeri per l’Ambiente e la Cooperazione e lo Sviluppo economico del governo tedesco). Il progetto è interessante perché gli specchi di cui si compone il parco di pannelli possono continuare a produrre energia anche dopo il tramonto del sole. E questo grazie ad un sistema di cisterne che accumula l’energia sotto forma di sali fusi riscaldati che, arrivando ad alte temperature, muovono una turbina che produce a sua volta energia elettrica. A ogni modo, la centrale dovrebbe essere operativa per il 2020.

L’immagine che vi riporto è la centrale in questo momento (foto di febbraio 2016): grande quanto 35 campi di calcio. Quando sarà completa avrà la grandezza della capitale marocchina…

 

Ora, questi progetti fanno capire che le cose, volendo, si possono fare. Allo stesso tempo, per spirito di pragmaticità dobbiamo guardare due cose: i tempi di consegna sono nel lungo periodo, non nel breve; l’estensione del deserto nel territorio marocchino ha un’alta percentuale che in Italia non troviamo, come potete vedere da questa foto di google maps.

 

In più, in tutta onestà, immaginare pannelli e cammelli insieme mi sembra uccidere la magia del deserto. Anche quello è ambiente, no? Però, come si dice, “a mali estremi, estremi rimedi”.

 

In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili relativi al 2014 (il rapporto sull’anno precedente viene pubblicato a luglio, quindi per i dati ufficiali 2015 dobbiamo attendere quest’estate), l’energia prodotta da fonti rinnovabili copre il 19,9% del fabbisogno nazionale. Il resto è costituito da produzioni (piuttosto basse) di gas e petrolio (ciascuno per una percentuale del 3,5 del consumo interno di energia) e in grandissima parte da importazione.

Quindi, ipotizzando che 8 ore su 24 dormiamo e non usiamo la corrente elettrica, delle 16 ore rimanenti con le rinnovabili copriamo poco più di 3 ore di corrente. Il che poi è comunque approssimativo perché alcune cose (vedi il frigorifero per esempio) tendenzialmente hanno bisogno di corrente h24.

 

Di questo quasi 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili, quella solare costituisce il 19-20 %, ma viene per lo più dalle abitazioni, quindi significa che si tratta di quegli impianti costruiti dai privati utilizzando gli incentivi che ogni tanto lo Stato si degna di dare. Quindi costituisce circa il 20% del 20% totale di energia richiesta dal Paese: quindi il 4% del totale.

 

Secondo lo stesso rapporto, il 47-8% dell’energia rinnovabile è prodotta dall’acqua e quindi dalle centrali idroelettriche. E ok: l’acqua copre il 10% del nostro fabbisogno totale.

 

La fonte eolica produce il 13% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. Ora sull’eolica ho qualcosa in più da dire. Spesso rientrando in Calabria, incappo in pale eoliche completamente immobili. Ora, o capito proprio nei giorni sbagliati, senza vento, o qualcosa non va. I miei mesi passati in Olanda mi hanno dato la possibilità di vedere non solo i classici mulini a vento, ma tutte le pale eoliche impiantate offshore, in mare. Lì mi sembrano avere un senso; qui in Italia, francamente, se ne ho vista muoversi una è stato un miracolo. È ovvio che qualcuna si muove altrimenti quel 13% del 20% del totale non si sarebbe registrato, ma il gioco vale davvero la candela? Non sono contro l’eolico a prescindere, ma a volte mi sembra che ci si fissi su un sistema astrattamente meraviglioso e funzionante senza tenere conto delle condizioni concrete. Davvero ha un senso in Italia deturpare i nostri paesaggi per quel tot di energia? O sono le lobby (sì, anche nelle rinnovabili esistono le lobby!) che desiderano questo spuntare di “alberi” per nulla discreto e in armonia con il paesaggio?

A ciò va aggiunto il fatto che le materie prime con cui si producono le turbine eoliche sono monopolio pressoché esclusivo della Cina (che possiede l’80% delle riserve globali e soddisfa circa il 97% del bisogno mondiale), solo che anziché usarle per produrre pale in casa sua la Cina le vende a caro prezzo al miglior offerente (tant’è che ultimamente i cinesi hanno preso un bel rimprovero dall’Organizzazione Mondiale del Commercio – OMC, per il loro abuso di posizione “di vantaggio”). Si tratta delle cosiddette “terre rare” (il nome parla da sé), componenti della tavola periodica che tutti abbiamo studiato a scuola, che vengono utilizzati per molte tecnologie, e non solo per l’eolico s’intende. Basta guardare ai nostri smartphone oppure alle TV a schermo piatto.

Ora, l’eolico produce energia pulita ma per costruire i componenti degli impianti eolici facciamo un “gran casino”, mi si passi l’espressione. Infatti le terre rare non sono presenti in natura in maniera, potremmo dire, scomposta; bensì vanno estratti da “conglomerati minerari” che le inglobano. Un po’ come altri minerali, quali l’oro per esempio. Tuttavia, spesso le miniere di terre rare contengono elementi radioattivi come l’uranio e il torio. Gli abitanti dei villaggi vicini a Baotou (la città della Mongolia interna che ultimamente è l’hub per il reperimento di terre rare) sarebbero stati trasferiti altrove perché gli scarichi delle miniere avrebbero contaminato acqua e raccolti. I giacimenti nei pressi di Baotou producono ogni anno circa 10 milioni di tonnellate di acque di scolo, in gran parte acide o radioattive e quasi del tutto non trattate.

In più, decine di altre miniere, molto redditizie e molto inquinanti, che si trovano nelle province meridionali dello Jangxi e del Guangdong, sono gestite da organizzazioni criminali a differenza di Baotou gestita dal governo cinese. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, nel 2008 sono state contrabbandate fuori dal paese 20 mila tonnellate di terre rare, quasi un terzo del totale delle esportazioni di quell’anno.

 

Energia geotermica: in Italia costituisce il 5% dell’energia prodotta da rinnovabile: quindi il 5% del 20% del totale. Nulla quaestio sulla geotermica. O perlomeno, se ha una qualche criticità io non la conosco; tuttavia è evidente che da sola non potrebbe costituire una cospicua fetta dell’energia di cui necessitiamo dal momento che non siamo l’Islanda con i suoi splendidi geyser cui attingere, ma abbiamo qualche “minigeyser” qui e lì. Forse quelli più degni di nota stanno in Toscana/Lazio. E a ogni modo, sia ben chiaro, che anche per la geotermia “seria” bisogna perforare il terreno. Bisogna trivellare.

 

Infine, voglio dire qualcosa sulle bioenergie, tra cui rientra la legna da ardere, per esempio. Ecco: un misunderstanding in cui credo incappiamo tutti è l’equazione rinnovabile=non inquinante. Non è così! Rinnovabile significa che la fonte energetica in natura non si esaurisce sulla Terra (vedi appunto acqua, sole, vento, legna, mentre gli idrocarburi – una volta risucchiato tutto quello che c’è nei giacimenti – non si riformano se non tra migliaia di anni: sapete meglio di me che il petrolio è di origine fossile, quello che sfruttiamo adesso iniziò a formarsi nella preistoria..).

Ora la legna, pur essendo rinnovabile e apparentemente in armonia con la natura, è altamente inquinante: se cercate i dati, troverete che addirittura un camino tradizionale può essere più inquinante di una stufa a gas.. chi l’avrebbe mai detto? Io, quando lo scoprii due-tre anni fa, quando un fisico atmosferico (che quindi di pulviscolo e sostanze inquinanti nell’atmosfera ne capisce) me lo disse, ci rimasi secca. Mai avrei pensato che sulla Germania meridionale (quella più montagnosa per intenderci, Baviera, ecc.) ci fosse una bella nube nera da “fumo di legna”.

Si direbbe “ma allora gli antenati inquinavano?”. Io risponderei “No, perché erano in numero nettamente inferiore. Ora dobbiamo fare i conti con la nostra demografia”. Nelle sue varie forme, dalle stecche ai pellet alla segatura, il legno copre oltre la metà del consumo di energia rinnovabile in Europa. In alcuni paesi, come la Polonia o la Finlandia, la quota sale oltre l’80 per cento.

 

Dalla legna, mi collego per fare un piccolo inciso sul carbone. Le principali aree di provenienza del carbone usato in Italia, nel 2014 (dati in migliaia di tonnellate), erano USA (5.430), Russia (4.002), Indonesia (3.569), Colombia (2.333), Sudafrica (1.772); l’unica risorsa carbonifera in Italia è il Sulcis Iglesiente, in Sardegna.  I dati del 2014 risentono della chiusura della centrale di Vado Ligure, della situazione di stallo dell’ILVA a Taranto e del perdurare delle varie crisi economiche ed aziendali. L’Italia importa via mare circa il 90% del proprio fabbisogno di carbone, su una flotta italiana di circa 60 imbarcazioni che garantiscono una capacità di carico complessiva di oltre 4,6 milioni di tonnellate. Le centrali a carbone tuttavia coprono più o meno il 13% del fabbisogno nazionale italiano.

Che ve lo dico a fare? Il peggio del peggio. Per avere una fotografia degli effetti della combustione del carbone, pensate allo smog di Pechino e Shanghai. Quella nube nera è conseguenza delle centrali a carbone cinesi che – per onestà però – sono molte ma molte di più di quelle italiane.

 

 

Quella al carbone è forse la lotta più truce che la nostra società civile dovrebbe fare, dal momento che - nonostante le tante parole - i progetti di costruzione di nuovi impianti del genere ci sono: vedi quella a Saline Joniche. Pensate che una centrale a carbone provvista delle migliori tecnologie di abbattimento delle emissioni emette comunque circa 845 grammi di CO2 per kWh, contro i 450 di una centrale a gas naturale. Meditate, gente!

La cosa allucinante è che il mondo va a carbone.. guardate qui!

 

 Cosa è rimasto da analizzare? I rifiuti! Nel mio periodo olandese che vi ho citato su, in Italia c’era l’emergenza rifiuti e, a quel tempo, gli olandesi gongolavano: l’Italia li pagava per acquistarsi la nostra spazzatura (prima entrata di piccioli); poi loro dalla combustione dei rifiuti producevano energia che vendevano (seconda entrata di piccioli). Da un sacco di monnezza tiravano fuori doppio guadagno. Ma la cosa bella è che monnezza di propria produzione ne hanno poca, dal momento che il riciclo e riuso per loro è una filosofia.

 

Non so voi, ma l’idea che mi son fatta è che pur sommando tutte queste su elencate fonti al momento l’Italia non potrebbe fare a meno degli idrocarburi, dal momento che ha rinunciato anche al nucleare.

Ora, anche il nucleare per me è il grande paradosso. Dopo Chernobyl: chiusura degli impianti italiani, i nostri ingegneri che erano il top del top passati ai Paesi stranieri a sviluppare il nucleare più sicuro possibile per gli altri e ora, anche se noi volessimo ripartire, non abbiamo più know how. Se fate una ricerca adesso esistono reattori di ultimissima generazione – la cui costruzione è finanziata anche dal “magnate” Bill Gates - che occupano pochissimo spazio (se paragonati ai reattori tradizionali) e possiedono standard di sicurezza elevatissimi oltreché un sistema di smaltimento scorie che punta - attraverso la ricerca costante - a ridurre le conseguenze radioattive della produzione nucleare. Quando si votò al referendum nel 1986, nessuno sembrò tenere conto del fatto che Chernobyl era un impianto vecchio e mal tenuto. Con quegli standard di sicurezza, un incidente nucleare era il minimo che potesse capitare.

Adesso ci ritroviamo, ma questo vi è già noto, ad acquistare energia nucleare da Paesi a noi confinanti (con tutte le conseguenze del caso).  Personalmente, penso sia stata una scelta miope.

 

Nel 2014 l’Italia ha coperto il 20% del proprio fabbisogno importando energia elettrica (cioè, altri l’hanno prodotta, noi l’abbiamo solo acquistata), mentre il 44,2% dell’energia l’abbiamo prodotta trasformando combustibili tradizionali (per lo più gas e petrolio) all’interno delle centrali termoelettriche.

Ora, sebbene oltre il 70% del nostro fabbisogno energetico sia garantito dall’importazione, c’è da segnare un piccolo calo nell’importazione di petrolio e gas. Non tanto perché non ne abbiamo bisogno, ma perché quello che ci viene dall’Algeria e dalla Libia è a singhiozzo, vista la situazione geopolitica in zona.. a Putin abbiamo messo le sanzioni quindi torto non avrebbe a chiuderci i rubinetti del gas..  ci rimane il nucleare dalla Francia e… tatatà! Il petrolio che importiamo dalla Norvegia.

 

Ecco, l’ho detto. La verde Norvegia non è altro che il terzo esportatore mondiale di petrolio, dopo Arabia Saudita e Russia, nonché il secondo fornitore di petrolio all’Unione europea. Nel 2014 ha prodotto un totale di 216,7 milioni di metri cubi di petrolio. Se volete avere un quadro potete andare a questo link. Troverete una mappa interattiva con indicati i giacimenti da cui si estrae petrolio, gas, condensato, ecc. Mappa commissionata dal Norwegian Oil Museum..sì hanno anche il museo. 

 

Com’è possibile direte voi? Per la Norvegia la natura non è al centro del mondo?

Sì, la risposta è sì. Le mie settimane a Bergen, per attività di ricerca, mi hanno fatto sentire nel paradiso terrestre. E alcuni studenti di legge norvegesi mi spiegarono che “il diritto alla natura” è un diritto costituzionalmente garantito a ogni cittadino; mi spiego meglio: il “diritto al pieno godimento della natura”. Ricordo, infatti, che mentre facevo i percorsi di montagna a Bergen (anche Bergen ha sette colli, come Roma, solo che la circondano non le stanno sotto), mi ritrovavo a vedere a fianco a me persone in sedia a rotelle, persone con le stampelle, anziani e bimbi, e chi più ne ha più ne metta. La Norvegia rende accessibile a tutti la Natura, anche i disabili per esempio devono poterne godere a pieno titolo e non come cittadini di serie B o C.

Ora, all’interno di questo sistema, dove la Natura ha addirittura rango costituzionale, la Norvegia prevede trivelle e piattaforme di estrazione a largo delle sue coste. Eppure io ricordo la mia gita nei fiordi, una natura incontaminata, totalmente incontaminata. In parte la risposta è dettata dal fatto che la Norvegia, grazie al fatto di avere un’ampia fetta di mare, rilascia concessioni oltre le 50 miglia marine. Direte: sta qui il trucco! In Italia invece è diverso: noi le abbiamo nelle 12 miglia marine. E qui la geografia è inclemente, l’Italia oltre le 50 miglia si ritrova la Croazia e gli altri Paesi balcanici. Poco spazio di manovra.

Tuttavia, io domanderei a un ambientalista come mai la Norvegia, che ha la fissa (chiamiamola così, ma è molto di più! Forse un attaccamento ossessivo compulsivo!) per la pesca, tant’è che per tutelare la propria pesca non è voluta entrare nell’Unione europea; come mai, nonostante questa fissa, la Norvegia ha consentito l’installazione di piattaforme estrattive in zone dove potrebbe essere compromessa la propria attività di pesca? Se l’ha permesso, mi verrebbe da dire, evidentemente le trivelle e il pompaggio di gas e petrolio non sono necessariamente incompatibili con l’ambiente..?

Forse molto, forse tutto dipende da come si fanno le cose: la Norvegia ha una Direzione ministeriale totalmente dedicata al petrolio (Norwegian Petroleum Directorate), impone una normativa ambientale restrittiva (le piattaforme offshore, da questo punto di vista, devono essere bijoux!), impone una tassa ai “petrolieri” che va dal 60 all’80% ma al contempo li agevola (per esempio, visto il basso prezzo del petrolio dell’ultimo periodo, li ha esentati da alcune imposte) e attira investimenti facendo una politica di “disponibilità”. La Norvegia sa negoziare e sa fare il proprio interesse nazionale. La Norvegia sa imporre i propri standard e al contempo sa non far fuggire gli investitori. Come fa? 

 

Forse, ecco, il problema è il nostro sistema politico e sociale, non il petrolio o il nucleare in sé. Diciamocelo in faccia: noi italiani non siamo assolutamente sicuri del fatto che una volta costruito un reattore o una piattaforma gli standard di sicurezza e ambientali vengano rispettati. Non perché non ne saremmo in grado in termini di competenze, ma perché come siamo in grado di costruire interi edifici senza colonne portanti o con cemento “fatto di sabbia” per risparmiare, saremmo in grado di fare altrettanto a contatto con “energie pericolose” infischiandocene del fatto che potrebbe essere un potenziale disastro. L’italiano in genere pensa che “tanto non mi succede niente”, “figurati se capita proprio a me!”, e facendosi forte di pensieri e autoconvinzioni simili mette in atto intrallazzi e raggiri del sistema senza rendersi conto che sta raggirando per primo se stesso. Quindi, anche nella nostra scelta energetica entra in gioco la considerazione della dabbenaggine italiana e della corruzione del sistema. Corruzione sia morale sia economica.

E da qui se ne esce solo tornando al discorso iniziale: l’educazione del cittadino. Perché alla fine, diciamocelo anche questo in faccia, la politica da dove li pesca i suoi uomini? Sono davvero esseri alieni che con noi non hanno nulla a che fare? Certo, lì si raccoglie la crème de la crème, ma la provenienza è quella. Se si vuole vincere questa battaglia, compresa la possibilità di fare una scelta energetica senza avere per forza una visione manichea, è necessario che il numero di cittadini onesti aumenti a discapito di quelli disonesti.

In questi giorni ho sentito tanto parlare dei petrolieri. Ma ecco, i lobbysti delle rinnovabili non metteteli in disparte. Sono tanti e tali e quali ai petrolieri! Anzi, rischiano di diventare peggiori... il prezzo del petrolio è in calo (è per questo che la Croazia al momento ha sospeso le attività di introspezione nel mar Adriatico, non certo per una scelta ambientalista!), molti petrolieri si reinventeranno magnati del rinnovabile e molti di quelli che già erano nel rinnovabile affileranno le unghie per trarre il maggior vantaggio. Per cui: no visione manichea del mondo, per favore!

 

Se ora fossi un’attivista ambientale, che farei? Anziché dire “chiudi le piattaforme”, direi “mettile rigorosamente in sicurezza (del lavoro e ambientale), voglio standard norvegesi!!!” E farei una lotta spasmodica e sconsiderata per le centrali a carbone: chiuse! Altro che riconvertite!

Se fossi un governante, che farei? Visto che l’80% della mia energia viene da fuori e non sempre riesco ad avere le certezze che dal Nord Africa arriva, dall’Est Europa arriva, ma soprattutto sono sempre in balìa del prezzo che vogliono farmi (perché la scelta è o compro al loro prezzo o la fonte energetica non ce l’ho), onestamente alla reintroduzione del nucleare ci penserei seriamente; che i miei cittadini tra vent’anni possano non dipendere da nessuno.

Onestamente quanti incidenti nucleari (che non si trattasse di guasti normali! Perché nel web a volte si considerano incidenti nucleari anche due “rotelle fuori posto” pur di far numero) si contano nella storia? Forse non sono abbastanza informata, ma dall’idea che mi son fatta è un po’ come quando non sali sull’aereo per paura di un incidente mortale pur sapendo che statisticamente è molto molto più probabile un incidente autostradale di quello aereo. Ma la paura ti blocca e c’è poco da fare. Ecco. Ma la paura è qualcosa di soggettivo.

Se fossi un governante, modernizzerei la nostra rete di conduzione dell’energia che non sempre riesce a distribuire il carico di energia prodotta giornalmente e allora, dal momento che non è che puoi fermare la centrale, l’energia prodotta in sovrappiù siamo costretti ad esportarla. Con la beffa che poi dobbiamo importarne altra per non rimanere a secco. Ecco, in questo momento ho l’istinto di sbattere la testa al muro..!

Se fossi un governante, così come un’attivista, lotterei per sapere di più sulla TTIP e sulla svendita dei nostri mercati finalizzata solo a che gli USA abbiano un mercato di riferimento in cui smerciare l’energia che producono loro. Ma della TTIP neppure l’ombra nelle notizie in circolazione…

Se fossi un governante, gestirei meglio i nostri mari e non li svenderei per fare l’interesse nazionale di altri (da ultimo la cessione di un pezzo di Mar Ligure, ché vai a capire il perché!) e farei una politica estera energetica più oculata di quella scellerata che stiamo facendo adesso (diciamocelo: l’astio con l’Egitto per il caso Regeni non potrà, per forza di cose, durare a lungo..il giacimento Zohr nell’offshore egiziano sta aspettando l’ENI).

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