Arabia Saudita: la madre di tutti i Jihad - Parte Terza

December 29, 2015

 

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1979: il punto di non ritorno

Il figlio maggiore ed erede di Abdul Aziz, Saud, che gli succedette nel 1953, fu deposto dalle autorità religiose, a favore del fratello Faisal, a causa della sua condotta stravagante e appariscente. Essendo il re saudita considerato l’Imam dei musulmani egli avrebbe dovuto, infatti, tenere uno stile di vita pio.

Il suo successore, Faisal, nel 1975 fu ucciso da un colpo di pistola sparato da suo nipote che era stato richiamato a Corte perché facesse il suo giuramento di fedeltà. Egli era rimasto turbato dalle innovazioni occidentali apportate all’interno della società wahhabita a detrimento degli originari ideali del progetto wahhabita.

In questi due episodi si può notare come l’autorità religiosa, da un lato, e il credo religioso, dall’altro, influenzino il regno saudita e il suo andamento.

 

Il segno lampante però lo si è avuto nel 1979, l’Annus horribilis. Mentre tutto il mondo aveva gli occhi puntati sulla rivoluzione khomeinista in Iran e, in particolare, sul sequestro dei dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran, in Arabia Saudita succedeva qualcosa di molto molto preoccupante. Infatti, sebbene rigorista, il modello iraniano instaurato nel 1979 rimane comunque aperto alla tradizionale coesistenza con le minoranze presenti nel Paese. Nel regno di Saud, invece, non è così.

 

Il sistema dei codici che abbiamo visto messo in atto all’interno dell’Impero ottomano, in Arabia Saudita non ha attecchito. Lì non esiste un codice penale, né un codice di procedura penale. Sono gli ulema a fare le regole; ma mentre in un Islam normale questo non avrebbe gravi ripercussioni, in un ambiente wahhabita ciò trasforma l’intransigenza in libero arbitrio.... Durante gli anni Sessanta e Settanta gli ulema avevano però permesso alcune pratiche prima vietatissime, quali la moneta di carta, l'educazione anche se segregata delle donne e addirittura la televisione. Le crepe all’interno del rigido sistema socio-religioso del Paese divennero voragini a causa della vertiginosa crescita economica dovuta all’aumento dei prezzi petroliferi e al fatto che l’Arabia Saudita era ormai diventato primo produttore mondiale.

La casta degli ulema si mostrò permissiva in quanto categoria ben remunerata dal potere, anche se venivano tollerate le prediche degli elementi più radicali: nelle scuole islamiche del paese costoro tuonavano contro la contaminazione della morale religiosa prodotta dalle nefaste novità occidentali.

 

Nel 1979 in Arabia Saudita:

  • il re è Khalid, quinto figlio del fondatore del regno;

  • il principe Nayef (uno dei Sudairi di cui vi ho parlato nella prima parte dell’articolo) è Ministro dell’Interno;

  • il Principe Sultan (altro Sudairi) è Ministro della Difesa;

  • il Principe Turki è capo dei servizi segreti;

  • il Principe Abdullah (che sarà re dal 2005 al 2015, non Sudairi ma della tribù dei Sammar) è a capo della Guardia Nazionale a lui fedelissima (dove, abbiamo detto, sono stati “assorbiti” gli ultimi Ikwan rimasti dopo le rivolte del 1929).

Il germe della rivolta

Proprio all’interno della Guardia Nazionale si abbevera quello che sarà il leader della rivolta che infiammerà la Mecca per molti giorni. Il suo nome era Juhayman al-Otaybi (foto sotto), il cui nonno aveva preso alla ribellione degli Ikwan alla fine degli anni ’20 (nella prima parte vi ho infatti evidenziato, tra le tribù ribelli, proprio la tribù Otaybi). Egli, dopo essersi congedato dal servizio nella Guardia Nazionale, prese lezioni sia alla Mecca sia a Medina (presso l’eminente ecclesiastico cieco, Bin Baz, principale censore della modernizzazione sconcertante dell’Arabia Saudita e dell’atteggiamento “libertino” della famiglia saud, atteggiamento tenuto soprattutto dall’erede al trono Fahd).

 

 

Proprio Bin Baz, che sebbene autorevole nella sua qualità di preside dell’Università di Medina non era comunque ascoltato dai regnanti, organizzò un movimento chiamato Dawa Salafiya al Muhtasiba (traducibile come “Tentativo islamico di seguire le usanze dei compagni del Profeta, realizzato a scopo benefico”), una specie di rete missionaria che periodicamente organizzava viaggi gratis nel deserto per ragazzi poveri, durante i quali questi venivano indottrinati al caldo torrido e nutrendosi solo di pane azzimo condito con aceto. Alla fine del viaggio, Allah “compiva un miracolo” per cui compariva in quel posto sperduto nel deserto un lauto banchetto, che impressionava i partecipanti e li induceva a ritornare. Juhayman lo fece spesso al punto che divenne coordinatore nazionale del movimento e organizzatore di questi viaggi.

Bin Baz nel frattempo è trasferito a Ryiad a presiedere l’organismo che si occupa dell’interpretazione della legge islamica e dell’emissione delle FATWA (ricordate i pareri legali di cui vi ho parlato nella seconda parte?).

Tuttavia Bin Baz fece sempre attenzione a che la disapprovazione della modernità non si trasformasse in opposizione aperta ai regnanti. La teoria veniva separata dalla pratica dal momento che in fondo i Saud erano l’unico baluardo nel mondo del “vero (per loro) Islam”. Unico baluardo soprattutto nei confronti del crescente comunismo che percepivano come minaccia nei confronti dell’Islam (vedi ad es. il regime marxista nell’allora Yemen del Sud e quello in Etiopia).

Il suo seguace Juhayman, che non era oliato dai denari di Riyad, non era disposto ad altrettanta tolleranza. Così si distanziò da Bin Baz e iniziò a scrivere, scrivere, scrivere testi irriverenti e dissacranti che mettevano in risalto le contraddizioni del regime saudita e degli ulema che lo appoggiavano. Mise insieme un’organizzazione segreta che contava centinaia di seguaci, che dichiaravano illegittimo il regime saudita per cui bruciarono le loro carte d’identità. Vivevano, per volere di Juhayman, all’interno di comuni.

Dalle università riuscì ad attrarre molti ragazzi stranieri: siriani, egiziani, yemeniti e kuwaitiani erano tra i suoi seguaci. Alla fine Juhayman decise di pubblicare i suoi scritti (con il nome de “Le sette epistole”) ma gli fu possibile farlo solo in Kuwait, grazie a un attivista kuwaitiano dei Fratelli Musulmani, dal momento che in Arabia Saudita la stampa era ed è controllata.

Quando una retata arrestò molti dei suoi seguaci, Juhayman chiese l’intercessione di Bin Baz il quale si interessò al caso e chiese al principe Nayef di rilasciare tutti gli arrestati, dal momento che dal punto di vista dell’ideologia wahhabita non aveva trovato alcun motivo per trattenere quegli individui, che anzi erano da considerarsi giovani devoti. Avevano sì utilizzato dei toni aspri, e a volte violenti, nei confronti della monarchia e a volta anche dello stesso Bin Baz; ma che male c’era a desiderare uno Stato più pio?

 

“Il verbo” si diffonde

Questo episodio non fece che rafforzare Juhayman e i suoi seguaci nei propositi di ribellione e delegittimazione dei Saud. Ed egli divenne ispiratore dei radicali dei Fratelli Musulmani che nel frattempo avevano trovato nuovo spazio nell’Egitto di Sadat, e che divennero ancora più estremisti quando Sadat diede segnali di apertura verso Israele (pensate che siamo, cronologicamente vicini ai primi accordi di Camp David, alla presenza di Jimmy Carter). Così, dalla prima rete radicale egiziana “Gamaat Islamiya” (“Associazioni islamiche”) vedrà la luce la ancora più estremista “al Jihad” che sarà fautrice e autrice dell’assassinio di Sadat nel 1981 e all'interno della quale vi sarà anche Ayman al Zawahiri.

 

In una delle sette epistole, Juhayman aveva tirato fuori dal cilindro la figura del Mahdi, di cui il Corano non parla ma sul quale esistono diversi hadith (ricordate che vi ho detto su che gli hadith sono racconti della vita di Maometto, contenuti nella Sunna, una delle fonti del diritto islamico? E che non tutti gli hadith sono considerati autentici e attendibili?).

Secondo alcuni esegeti, Maometto aveva previsto che un giorno Dio avrebbe inviato un redentore (il Mahdi, appunto) per governare il mondo musulmano e instaurare una società ideale, dopo uno scontro apocalittico contro le forze del male. In tutto ciò il Mahdi, sotto assedio a Damasco, si inginocchierebbe invocando Gesù Cristo il quale ritornerebbe così sulla terra e si metterebbe a capo della schiera pro – Mahdi nella lotta contro l’Anticristo, che racchiude in sé le forze del male e proprio da Gesù viene sconfitto. Il Mahdi avrebbe regnato per 57 anni durante i quali non avrebbe potuto essere ucciso e avrebbe garantito pace e giustizia. Ovviamente, chissà come, Juhayman individuò il Mahdi in suo cognato. Il Mahdi avrebbe dovuto ricevere il giuramento alla Mecca, nei pressi della Kaaba, subito dopo l’haji (il pellegrinaggio annuale) all’inizio di un nuovo secolo musulmano.

Ebbene, il 20 novembre 1979 era il primo del mese di Muharram, inizio del quindicesimo secolo del calendario islamico. Quel giorno, circa 500 uomini armati occuparono la Grande Moschea con armi e munizioni che provenivano dalla Guardia Nazionale… tutto ciò nonostante sia il Corano sia gli hadith vietassero l’utilizzo delle armi all’interno della Grande Moschea.

 

Il 4 novembre era iniziato la presa in ostaggio dei dipendenti dell’ambasciata americana a Teheran. Fino ad allora sia lo Scià sia i Saud avevano intrattenuto buoni rapporti con gli Stati Uniti i quali, però, dopo il trauma della guerra in Vietnam non volevano più impelagarsi nei pantani stranieri e il nuovo presidente Carter era promotore a più non posso dei diritti umani e della pacificazione “ad ogni costo”, tant’è che gli USA avevano sostanzialmente abbandonato Reza Palhavi al suo destino dopo che questi, avendo chiesto un appoggio alle misure repressive che voleva promuovere, aveva ricevuto in risposta – dagli americani – che facesse maggiori concessioni democratiche.

I Saud erano preoccupati dal sorgere di una potenza sciita a pochi passi da casa, sebbene ciò li rendesse i principali e fondamentali alleati degli USA nella regione (oltre che i principali fornitori di petrolio agli americani, che si videro d’improvviso privi degli approvvigionamenti iraniani).

 

Il risveglio della Provincia Orientale

I giacimenti sauditi sorgono in quella porzione di penisola arabica, l’area di Al-Hasa (che all’inizio dell’articolo vi ho suggerito di tenere a mente) abitata da comunità sciite tenute completamente assoggettate e ghettizzate dal regime dei Saud.

Infatti nel 1927, il fondatore del regno Abdulaziz, ovviamente sotto la pressione degli Ikhwan, aveva acconsentito alla pubblicazione di una fatwa che obbligava gli sciiti a convertirsi all’islam sunnita o a lasciare la zona. Due anni dopo, con la vittoria sugli Ikhwan ribelli, il re dette agli sciiti il permesso di vivere nella Provincia Orientale e di praticare la loro confessione. In sostanza, gli sciiti nel tempo sono stati “tollerati” ma lasciati completamente ai margini della società, senza scuole, ospedali, elettricità o qualsiasi altra infrastruttura e con il divieto di praticare le principali espressioni del loro culto che invece erano permesse agli sciiti nell’Emirato del Bahrain (dove costituiscono circa il 70%).

Lì, inoltre, l’Aramco (l’Arabian American Oil Company, tutta di proprietà americana) aveva la cattiva abitudine di pompare nei pozzi petroliferi (per favorire l’estrazione degli oli) l’acqua delle falde generalmente usate per l’irrigazione. Ne conseguì un disastro ecologico. Quelle comunità avrebbero potuto trovare linfa vitale nel vedere i vicini iraniani instaurare una vera e propria teocrazia sciita.

E così fu. Approfittando del caos creato dalla presa della Grande Moschea, nell’Arabia Saudita orientale, dove vi era l’oro nero che teneva in piedi tutto il Paese, infiammò la rivolta. Le date poi cadevano a fagiuolo, dal momento che l’impresa di Juhayman ebbe inizio solo dieci giorni prima della Ashura, che è la commemorazione della morte di Hussein, figlio di Alì e nipote di Maometto (la cui uccisione a Karbala, come vi ho raccontato, fu un evento tragico per il ramo sciita dell’Islam), una commemorazione vissuta con molta intensità – non si risparmiano infatti autoflagellazioni, autolesionismo con coltelli affilati, ecc. – e che quindi accende ancor di più l’animo religioso sciita dal momento che era vietata sul territorio di Saud.

La Provincia orientale saudita ospitava la maggior parte dei 40.000 operai americani dell’Aramco. In seguito alla rivolta iraniana, l’anti-americanismo si diffuse anche qui e si accostò al sentimento anti-Saud. I sauditi furono perciò allarmati: un gruppo (l’Organizzazione per la rivoluzione islamica nella Penisola arabica, meglio nota con l’abbreviazione delle iniziali in inglese Iro ) di giovani islamisti sciiti diretti da Hassan Al-Safar e da Tawfiq Al-Sayef, discepoli dell’ayatollah Mohammad Mahdi Al-Shirazi, ha iniziato a celebrare i rituali religiosi vietati. Decine di migliaia di uomini presero parte alla rivolta, che le autorità repressero brutalmente provocando 36 morti.

Alcuni mesi dopo, nel febbraio 1980, ci fu un’altra rivolta, di nuovo soffocata dalla Guardia Nazionale, ma questa volta la casa reale decise di affrontare il problema, facendo investimenti massicci, liberando centinaia di prigionieri politici e concedendo finalmente di celebrare le cerimonie di Ashura. Il re Khaled visitò la zona per ben 10 giorni e per segnalare ancora di più il cambiamento nominò il figlio governatore della regione. Ciononostante, negli anni le discriminazioni continuarono e anche le rivolte e le repressioni.

 

Arrivano i soccorsi francesi. Il tremendo Patto.

Tornando al novembre 1979, alla Mecca: appena saputo dell’assedio, il regime saudita si chiuse a riccio. La stampa controllata non diffuse alcuna notizia, nulla venne comunicato alle ambasciate e ai consolati degli Stati stranieri. Questi non erano a Riyad, capitale del regno, bensì a Gedda, sulla costa occidentale, non molto lontano dalla Mecca.

La CIA iniziò a muoversi solo in seguito ad alcuni sospetti captati qua e là, ma nulla era possibile, dal momento che i non musulmani non possono entrare nelle città sante di La Mecca e Medina. Inoltre, nonostante gli sforzi della Guardia Nazionale del principe Abdullah così come i vani tentativi di aiuto messi in atto dalla CIA, la Grande Moschea rimaneva comunque in mano ai ribelli.

Dopo due settimane di combattimenti accaniti, bombardamenti e impiego di elicotteri contro i gruppi ben addestrati e armati dei ribelli appostati sui minareti e nelle gallerie dell'edificio, il Consiglio degli ulamā guidato da bin Bāz, autorizzerà l'uso delle armi all’interno della Grande Moschea (cosa vietata dall’Islam) con una fatwā assai sofferta, poiché molti dotti islamici condividevano, se non le modalità, le denunce dei nuovi Ikhwan. Infatti, nel testo della fatwa i ribelli non saranno definiti “non musulmani” ma semplicemente “gruppo armato” (al-jamaah al-musallahah).

 

L’ultima carta che i Saud potevano giocarsi erano i francesi, allora efficientissimi e fedeli alleati dei sauditi.

Alla presidenza vi era allora Valéry Giscard d’Estaing, che affidò – su richiesta del principe Nayef (Sudairi) - il compito al Gruppo d’intervento della Gendarmerie Nationale (GIGN), la forza speciale francese creata dopo la débâcle delle Olimpiadi di Monaco durante le quali Settembre Nero aveva fatto strage degli atleti israeliani all’interno della cittadella olimpica, e che era considerata allora la forza speciale meglio addestrata del mondo.

I francesi (la forza speciale che arrivò a Ryiad era composta da soli tre uomini) decisero di gassare i ribelli che ormai si erano rifugiati nei sotterranei della Moschea, con una sostanza chimica sotto forma di polvere sottile concentrata chiamata 2- clorobenzilidine malononitrile (più nota come CB), sostanza irritante che blocca la respirazione e inibisce l’aggressività.

A capitanare la spedizione vi era il capitano Barril, che chiese alla Francia di inviare una tonnellata di CB (impresa non facile dal momento che eccedeva le scorte francesi) e che non esitò a convertirsi all’Islam pur di poter essere presente alla Mecca a dirigere le operazioni. Egli dovette occuparsi di insegnare le tecniche di base per l'offensiva alla moschea ai soldati sauditi che in quanto ad arte della guerra, a quanto pare, lasciavano un po’ a desiderare.

 

 

L’attacco ebbe successo e i capi ribelli sopravvissuti (tra cui Juhayman, mentre il presunto Mahdi era rimasto ucciso durante gli scontri all’interno della Grande Moschea) furono decapitati pubblicamente in otto piazze delle più importanti città saudite.

 

A fornire le mappe dei cunicoli della Grande Moschea fu la famiglia bin Laden: i lavori di ristrutturazione furono infatti eseguiti da Salem bin Laden, il fratello del più noto Osama, che possedeva un’impresa edilizia.

Osama in quel periodo non era ancora fondamentalista ai livelli in cui l’abbiamo conosciuto: di certo condivideva l’ostilità nei confronti del regime saudita, ma a differenza di Juhayman non avversava la televisione o la fotografia (considerandoli utili strumenti per diffondere il Jihad) e non credeva alla bizzarra idea del Mahdi. Quando ruppe definitivamente con il regime saudita nel 1990-91, Bin Laden cominciò a ripetere parola per parola le sconfessioni della famiglia reale pronunciate da Juhayman.

 

Uno dei pellegrini che avevano assistito all’assedio, rientrato in Egitto con gli scritti di Juhayman, fu con il fratello (esecutore materiale) l’autore dell’uccisione del presidente egiziano Sadat nel 1981 (che vi ho più volte citato su). Successivamente si unì a Bin Laden in Afghanistan.

 

Un altro dei pellegrini incendiò, coi suoi racconti, l’animo del cisgiordano al Maqdisi che, dopo aver revisionato nei suoi scritti la “strategia” utilizzata da Juhayman, considerato “inesperto e ingenuo” come stratega, tentò di rovesciare il regime hashemita (giordano). Fallito il tentativo negli anni ‘90, fu imprigionato: il suo compagno di cella e allievo più ansioso di imparare era Abu Musab al-Zarqawi, il fondatore di Al Qaeda in Iraq, ora divenuta IS.

 

Tornando, per l’ultima volta, al 1979, la fatwa che gli ulema avevano concesso, agganciandosi a qualche hadith isolato che legittimasse l’uso della forza nel luogo sacro, aveva un prezzo e furono i Sudairi a doverlo pagare (attraverso il principe ereditario Fahd, il vero detentore del potere): dovevano aprire la borsa e finanziare in maniera ingente senza opposizione alcuna l'espansione del “vero credo” all'estero, dovunque.

In quel periodo storico, i nuovi Ikhwan furono così dirottati verso l’Afghanistan (e negli anni ’90 li ritroveremo attivi in Bosnia) e sarà proprio Abdul-‘Azīz ibn Bāz, con una fatwā storica ad hoc, a lanciare il jihad contro l’Unione Sovietica, a sostegno dei mujahidin afghani.

 

Epilogo

Il jihad globale è quindi nato perché il potere (quello saudita nello specifico) doveva trovare legittimazione nella religione (quella wahhabita) per rimanere in piedi e in questo tremendo patto ha barattato la tranquillità interna con lo scatenamento dell’inferno globale. Non è un caso che l’Arabia Saudita si sia sempre rifiutata di accogliere profughi e migranti: il timore che tra questi vi sia un novello Juhayman è troppo forte. In compenso, si offre tranquillamente di finanziare la costruzione di moschee all’estero senza gravare sulle casse degli Stati “ospitanti”. E anche questo non è un caso.

 

Lo Stato Islamico con cui ci fronteggiamo adesso legge gli scritti dissidenti di Juhayman, scritti sopravvissuti tra i salafiti jihadisti, egiziani e non. Inoltre, se guardate nuovamente la cartina geografica, vi mostro l’Anbar in rosso. Un governatorato al confine tra Iraq e Siria dove l’IS ha avuto la sua gestazione e dove ha attecchito e trovato le forze per emergere frantumando i nuovi fragili equilibri del post-Saddam.

 

Anbar, una regione dove sono insediate da decenni tribù arabe, tribù nomadi dell’Arabia Saudita e lì sedentarizzate quasi come avamposto. Le relazioni inter-tribali tra l’Anbar iracheno e lo Jebel Shammar del Najd sono infatti rimaste molto forti, tanto da costituire un funzionale traghetto per volontari interessati a combattere il jihad di loro preferenza, in direzione nord-est, nord-ovest o viceversa. Tribù che nel loro animo hanno ancora vivo il patto Saud – Wahhab.

Il governo saudita pensava di poter bloccare le infiltrazioni jihadiste provenienti dall’Anbār iracheno costruendo un muro con apparecchiature di vigilanza hi-tech lungo il confine di 900 chilometri, ma la cosa non ha avuto grande successo.

 

Il salafismo jihadista (wahhabismo + estratti di Fratelli Musulmani, il tutto estremizzato per consentire il jihad armato) ha consentito di dare al conflitto siriano uno sfondo religioso, sfondo che non c’era al momento delle prime rivolte a Damasco nel 2011. Se c’era infatti un punto forte nella Siria, anche quella di Assad padre, era il rispetto della multiconfessionalità. Ma era “necessario” trasformare il tutto in uno scontro tra sunniti (nel cui interno è appunto nato, pur essendo deviato e deviante, il salafismo jihadista) e alawiti/sciiti, perché così facendo si dava la legittimità al Jihad armato. Sia in Iraq che in Siria il potere era in mano agli sciiti. Le pedine sullo scacchiere erano perfette. La lotta contro Assad (soprattutto) diventa un perfetto Jihad.

 

L’attuale corso saudita (dopo il regno di re Abdallah, non Sudairi ma Sammar, che ha introdotto seppur con prudenza riforme di costume che attirano la disapprovazione degli ulema), all’ombra di re Salman, ha consolidato un tris di potenti Sudairi al timone del governo. Questo “triumvirato” di fatto tende a rinsaldare ancora una volta il patto storico con l’establishment religioso wahhabita nella speranza che gli `ulamā (che però non contano più personalità prestigiose e ampiamente ascoltate come bin Baz) possano alzare barriere difensive a colpi di fatwā contro il pericolo incombente dei nuovi Ikhwan alle porte: l’IS.

Infatti lo Stato Islamico è stato chiaro: il “califfato” si estenderà “nelle terre di al-Haramain” (i luoghi santi della Mecca e Medina). Il “califfo” al-Baghdadi non nomina mai l’Arabia Saudita, perché sarebbe indiretto riconoscimento alla legittimità della famiglia reale. Egli usa per i regnanti sauditi l’appellativo dispregiativo al-Salūl (la famiglia dei guardiani pagani dei santuari preislamici della Mecca), mentre chiama alle armi i popoli di Arabia per attaccarla e per travolgere con essa anche “politeisti” (sciiti) e “falsi musulmani” (sunniti non integralisti).

Infatti la Kaaba è stata messa in prima pagina sulla rivista ufficiale Dabiq, diffusissima online, con il titolo “La bandiera del Califfato verrà issata sulla Mecca e Medina”.

 

Lo stesso ministero dell’Interno saudita ammette che almeno 2.500 sauditi sono andati a raggiungere Daish. Esso sostiene di fare il possibile per bloccare le esfiltrazioni dalle frontiere del Paese, sebbene in realtà – in base al patto siglato nel 1979 – sia proprio il regime saudita a favorire l’esodo dei giovani esaltati per garantire la sicurezza interna. Ma a volte ritornano...

 

La paranoia wahhabita nei confronti di santuari e luoghi di culto che comportano “tendenze idolatre” non si è placata. Il regime ha approfittato dei lavori di ampliamento del perimetro che circonda la Grande Moschea per fare passare i bulldozer su reperti della prima comunità di credenti istituita dal Profeta, inclusa la casa dove ha abitato. La devastazione che minaccia altri quattordici siti storici e oggetto di culto, inclusi quelli di Medina, disturba non solo le comunità dell’Ḥijāz per la perdita di un patrimonio storico fondante dell’islam ma anche gran parte degli ambienti religiosi e intellettuali del mondo musulmano.

Oggi il collante wahhabita non sembra più sufficiente a tenere insieme regioni del paese rimaste profondamente diverse, proprio perché conquistate e non partecipi del processo di fondazione della nazione. Neanche il nemico esterno Iran, combattuto attraverso la proxy war nello Yemen, potrà funzionare allo scopo. Al contrario, questo aiuta il risveglio della Provincia Orientale di al-Hasa.                                           

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