Scandalo Volkswagen: Tu chiamale se vuoi Emissioni… Io le chiamerei TTIP

September 27, 2015

Interrompo per questa settimana il filone immigrazione e l’aggiornamento sui nostri Marò per sottoporvi una nuova questione: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), che a breve potrebbe diventare parte integrante delle nostre vite. Qualcuno di voi ne ha mai sentito parlare? Immagino solo pochi di voi. Per questo vi chiedo di seguirmi fino alla fine.

 

Andiamo con ordine.

Lo scandalo Volkswagen ha preso ampio spazio nelle testate, giornalistiche e non, degli ultimi giorni. Ma non è della vicenda nello specifico che vi voglio parlare, bensì di quello che potrebbe significare. Sempre alla luce, com’è mio solito, di questioni di diritto.

Dopo aver scoperto che l’azienda automobilistica tedesca avrebbe taroccato i test sulle emissioni inquinanti, avvalendosi di un software che le abbassava fino a 40 volte ed entro i limiti normativi, l'Environmental Protection Agency (EPA), l'Agenzia ambientale statunitense, sembra aver intenzione di comminare alla Volkswagen una maxi-sanzione fino a 18 miliardi di dollari.

Ebbene, la riflessione parte dal fatto che per lo stesso motivo lo scorso anno l’EPA comminò a Hyundai e Kia una multa di 100 milioni di dollari. La General Motors invece pagò, per un difetto di fabbricazione, che sarebbe costato la vita a 174 persone, “solo” 900 milioni di dollari, mentre la Toyota per la presumibile morte di cinque persone sborsò 1,2 miliardi.

Noterete da soli una certa sproporzione nelle sanzioni. Lungi da me tentare una difesa della Volkswagen (non credo la meriti né io ho interesse a farlo), mi sono però domandata il perché di cotanta sproporzione. E ho finito per darmi una risposta confermata, nei sospetti, da altri miei interlocutori: questa sanzione di enorme entità – che secondo molti potrebbe addirittura portare il colosso tedesco al fallimento, se sommata ai crolli in borsa – potrebbe non essere altro che un colpo basso, da parte americana, ai danni della Germania che è la più ferma oppositrice alla firma del TTIP.

 

E qui inizia la nostra storia. La TransAtlantic Partnership non è altro che un accordo di libero scambio di beni e servizi tra Unione Europea e Stati Uniti. La negoziazione è iniziata nel 2013.

Esattamente come per la Partnership - che potremmo definire “gemella” - TransPacifica (TPP), che punta invece a sottrarre il Sud – Est asiatico all’influenza cinese, in base alla politica americana del “Pivot to Asia” [cioè, l’America non guarda più – da molto tempo – a Mediterraneo e Medio Oriente, ma ha spostato il proprio sguardo sull’Asia], gli USA hanno deciso di negoziare secondo il metodo della “fast track provision”. Per la TransAtlantic la decisione definitiva in tal senso è avvenuta lo scorso 15 maggio. Secondo questa procedura il Congresso e il Presidente nominano un rappresentante per i negoziati, il quale poi presenterà al Congresso (cioè il Parlamento americano) un pacchetto che non può essere modificato: vale a dire che il Congresso può accettarlo o rifiutarlo in toto, ma non può presentare emendamenti. Ciò significa che, praticamente nessuno, parlamentari inclusi, fino al momento della presentazione del testo integrale dell’accordo ne conoscono il contenuto. Tranne… alcuni soggetti particolarmente interessati: le lobby! Che possono rappresentare o società multinazionali o gruppi sindacali di una certa consistenza.

 

Per l’Europa invece a negoziare è la Commissione, su mandato del Consiglio (Consiglio europeo, non Consiglio d’Europa.. due cose completamente differenti, badate bene). Se vogliamo fare un parallelismo – un po’ forzato – la Commissione può essere equiparata al nostro governo (potere esecutivo) e il Consiglio europeo al nostro Presidente della Repubblica (che dà linee di indirizzo e dà l’ultimo placet, formale, agli atti).

A entrambe le partnership (transatlantica e transpacifica) viene contestata la mancata trasparenza sul testo degli accordi, ma poi puntualmente arrivano le soffiate. Per la TPP fu Wikileaks, ma nel caso che ci tocca da vicino, ebbene, i “dissidenti” che hanno scoperto le carte son stati tre membri del Parlamento europeo, tre tedeschi. Ora i conti iniziano a tornare?

 

Questi tre signori hanno divulgato un documento contenente la posizione che l’Europa avrebbe preso al tavolo negoziale, e ciò ha innescato un meccanismo che ha portato a far sì che sul sito dell’Unione europea si aprisse una pagina dedicata all’accordo, in cui si illustrava la posizione UE (qui trovate tanti video, per esempio). Sempre attraverso il web, poi, l’Unione europea ha promosso quattro consultazioni pubbliche, in pratica dei questionari in cui si chiedeva al singolo cittadino se era d’accordo o contrario a specifiche questioni. Tuttavia, di fronte a ciò, mi pongo due domande (retoriche):

  • Quanti di voi sapevano dell’esistenza della trattativa di questo accordo e, tra chi lo sapeva, quanti di voi sapevano della possibilità di esprimersi attraverso un questionario?

  • Sebbene la cittadinanza attiva sia un concetto che si sta sempre più affermando all’interno dell’Unione, quanto effettivamente può al momento controbilanciare l’influenza delle lobby, che a Bruxelles sono più che istituzionalizzate [sì, esiste uno specifico registro in cui vengono inseriti i nomi dei professionisti, chi rappresenta chi, e via dicendo: trovate tutto a questo link. Signori, le lobby sono una cosa seria!]?

Con tutto ciò non voglio affermare che le lobby siano il male oscuro, tutt’altro. Rappresentano interessi più che legittimi di soggetti terzi più che legittimati a far sentire la propria voce. La questione su cui mi focalizzo è invece lo squilibrio, il netto scarto tra la rappresentanza dell’interesse del semplice cittadino europeo (sì, tu che leggi sei cittadino europeo) e quella dell’interesse di altri soggetti (sindacati, imprese, ecc.).

 

Ma perché l’Unione europea s’è presa tanto incomodo a consultare il cittadino con questionari e specifiche domande? Uno Stato, nel senso tradizionale del termine, non ci viene a chiedere un parere ogni volta che sigla un accordo con un altro Stato. In fondo che ne possiamo capire noi di certe questioni? Beh, il punto sono proprio i temi. Si parla di OGM, si parla di accesso ai farmaci, si parla di emissioni inquinanti nell’aria, si parla di tante tante cose della nostra vita quotidiana.

Una cosa che mi fece molto pensare fu una dichiarazione di Obama di qualche tempo fa, in cui affermava che il vero obiettivo dell’accordo non era il libero scambio bensì l’estensione oltre frontiera di alcune politiche americane (quali quella ambientale, quella sanitaria, ecc.).

 

Partiamo dai brevetti. Il meccanismo che sta dietro al brevetto è che ottengo i diritti, e quindi i relativi guadagni, sulle cose che invento. Sulle cose che invento, non su quelle che scopro. Esempio pratico: se io scopro che in natura esiste un tipo di rosa dal petalo indistruttibile, quella non è una mia creazione: l’ho scoperta, ma non l’ho inventata. Se invece sono io a crearla, tramite innesti particolari e simili, allora è una mia invenzione, posso correre a registrarla e ottenere il brevetto e i vantaggi economici che ne derivano. Questo spiega in gran parte il ricorso agli OGM, Organismi Geneticamente Modificati. Magari in certi casi c’è davvero necessità di creare nuovi tipi di piante (che ne so, del grano più resistente alle intemperie..), ma in molti altri casi le modifiche genetiche del cibo e dintorni sono dovute solo e unicamente alla ricerca spasmodica della novità che ti farà ottenere il brevetto e i “dindi” (come li chiamava Dante). Stesso dicasi per i farmaci. Non sempre – ahimé – il nuovo farmaco è creato perché più efficace del precedente (molte volte sì, intendiamoci!); capita spesso che la casa farmaceutica sia semplicemente a caccia di nuovi brevetti.

 

In questo, per molti di voi, non ci sarà alcuna novità sconvolgente: è la dura legge della vita questa qua! Il punto sta però nel fatto che con il TTIP la normativa americana e quella europea tenderanno ad armonizzarsi, o meglio tenderanno ad “autoreferenziarsi”. Vale a dire che i prodotti che hanno superato i controlli in Europa potranno circolare liberamente negli USA senza essere sottoposti ad ulteriori controlli da parte degli americani; quelli che hanno superato il vaglio USA circoleranno liberamente su suolo comunitario. Una Schengen all’ennesima potenza! Se non fosse che le due normative sono diverse: quella europea è molto restrittiva, quella americana molto meno. Ciò porta al risultato che un prodotto americano, che non rispetterebbe gli standard elevati comunitari (pensate alla carne piena di ormoni), avendo però ottenuto il placet dagli USA, può arrivare tranquillamente nei nostri supermercati e nelle nostre tavole. Idem i farmaci.

Non a caso, sia la TTIP che la TPP vengono chiamate il “Piano B della Monsanto”. La Monsanto è una delle Majors della produzione ortofrutticola, una multinazionale produttrice di mezzi tecnici per l'agricoltura, ormai nota nel settore della produzione di sementi transgeniche e, da marzo 2005, dopo l'acquisizione della Seminis Inc., è anche il maggior produttore mondiale di sementi convenzionali. E a quanto pare, come molti altri, vuole trovare maggiori opportunità per i suoi prodotti. Qui da noi.

 

Si sta pensando di provare a imporre quanto fatto per l’altro accordo di libero scambio, quello tra UE e Canada, in cui si è ottenuto che i prodotti DOC e tutte le altre denominazioni riconosciute in Europa avessero in Canada un circuito “protetto”. Ma, in primis, non credo che sia abbastanza (dal momento che il problema più grosso sono i prodotti degli altri nel mercato europeo, non i nostri nel mercato americano); in secundis, gli USA non sono il Canada..

 

Divertente poi è leggere come gli USA, che bacchettano la Volkswagen per le emissioni inquinanti, pretendano – attraverso i rappresentanti delle loro compagnie aeree – che a queste ultime non vengano applicate le regole europee per il controllo delle emissioni nell’aria (regole, ovviamente, più stringenti di quelle americane).

Altrettanto interessante è l’esportazione del gas. Dunque, forse avete sentito che negli USA imperversa il fenomeno dello shale gas, vale a dire del gas prodotto da rocce scistose (per esemplificare, rocce che come una spugna hanno assorbito il gas al loro interno e che – attraverso la somministrazione, prevalentemente, di sostanze chimiche con una procedura chiamata fracking – rilasciano il gas che avevano assorbito, che viene indirizzato in un condotto e raccolto per poi essere commercializzato). Dunque, essendo un fenomeno in voga, le multinazionali vorrebbero approfittarne ed esportare più gas possibile. Ma negli USA vige una disciplina secondo cui si può esportare solo per determinate quantità e solo dopo aver ottenuto l’approvazione del dipartimento USA dell’energia. Unica eccezione? Quanto detto non vale se l’esportazione è destinata a Paesi che hanno siglato con gli Stati Uniti un accordo di libero scambio. Tatatatà! Un vero coup de thèatre..

Quindi anche le multinazionali dell’energia hanno il loro tornaconto. Cui si aggiunge, inoltre, l’interesse quasi morboso che stanno sviluppando verso i “giacimenti” europei di gas di scisti (una bella bolla è proprio sotto Parigi!), su cui non vedono l’ora di mettere le mani.

 

 

 

 Tuttavia, la vera nota dolente è la clausola di arbitrato (ISDS). In pratica, gli investitori privati possono citare gli Stati davanti a un collegio giudicante. E fin qui non vi è nessuna grande nuova, sia perché un meccanismo del genere esiste già a livello globale [l’ICSID - International Centre for Settlement of Investment Disputes – con sede a New York, esiste proprio per questo, dal 1966: esso risolve le controversie in materia di investimenti tra un privato, cittadino di uno Stato che fa parte dell’ICSID, e uno Stato anch’esso parte dell’ICSID. Quindi individuo contro Stato!] e in più tale clausola è presente in molti accordi di libero scambio, specie quelli di natura bilaterale.

Il problema vero è costituito dai motivi per cui i privati (leggi: multinazionali) possono ricorrere contro lo Stato. Nella sua formulazione prevede che il motivo possa essere il danno – agli affari e agli interessi del privato – causato da normative o politiche nazionali in un determinato settore. Vi porto un caso concreto che secondo me chiarisce il tutto.

Vedete questa fotografia?

 

 

Descrive l’evolversi delle campagne antifumo in Uruguay. Certo, le immagini visibili sul pacchetto non sono le più piacevoli a vedersi, ma uno Stato non può davvero essere libero di promuovere la politica di benessere che meglio crede? E invece sulla base di queste immagini la Philip Morris ha fatto causa, davanti all’ICSID appunto, all’Uruguay per violazione del trattato bilaterale che questo Stato ha firmato con gli Stati Uniti.. Stessa cosa aveva fatto, la Philips Morris, per motivi simili, contro l’Australia. (cliccando sui nomi dei Paesi trovate i dettagli delle cause)

Questo è l’esempio concreto che, se passa la TTIP nel suo testo originario, gli Stati membri dell’UE non potranno attivare all’interno del proprio territorio campagne di natura sanitaria, agricola, ecc. che inducano i cittadini a non acquistare determinati prodotti, in ragione della loro categoria (es. pacchetto di sigarette) e non della loro marca (es. Malboro). Difatti, questo tipo di politiche sarebbe inteso come lesivo della concorrenza e quindi causa di danni agli interessi economici di chi tali prodotti li commercializza.

 

Su questo punto vi è stata una fortissima battaglia, che ha raggiunto un certo compromesso solo lo scorso 8 luglio, quando il Parlamento europeo (PE) ha approvato la Relazione (anche nota come “rapporto Lange” dal nome del suo estensore, Bernd Lange, eurodeputato TEDESCO appartenente al gruppo parlamentare S&D (Socialists and Democrats), che ingloba il parere di 13 commissioni permanenti e su cui erano stati presentati quasi 900 emendamenti.

La nuova formula proposta quanto all’arbitrato – nel tentativo di accogliere i pareri negativi della Commissione giuridica e di quella per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (nettamente contrari all’introduzione della clausola ISDS) così come il risultato della consultazione pubblica che ha espresso il 97% di voti contrari su questo punto - prevede la creazione di un organismo “soggetto a principi più democratici” e che assicuri che i casi vengano trattati “in maniera trasparente in udienze pubbliche da giudici professionisti e indipendenti e dove gli interessi privati non possano minare gli obiettivi delle politiche pubbliche”. Soprattutto quest’ultimo punto sembra allontanare i timori che quanto avvenuto per Uruguay e Australia possa ripetersi nel contesto europeo, tuttavia quando si è trattato di approvare l’emendamento per introdurre una clausola che avrebbe anteposto la tutela vincolante dei diritti umani agli interessi economici, questa clausola non è passata. Il testo della relazione, sostenuto dal presidente del parlamento europeo Martin Schulz, è stato approvato con 436 voti a favore, 241 contrari e 30 astensioni. Per il sì hanno votato conservatori, liberali e socialisti, mentre a opporsi sono stati i verdi, l’estrema sinistra e l’estrema destra. Confesso, di questo testo, una cosa mi ha fatto sorridere: il considerando J) [ndr. i testi giuridici internazionali contengono diversi "Considerando che" nel Preambolo], il quale praticamente sostiene che l’embargo contro la Russia ha consentito all’Europa di capire quanto sia importante il settore agricolo. Ma mi domando e dico, se abbiamo finalmente capito questa verità autoevidente, perché non prendiamo misure che tutelino la qualità dei nostri prodotti (e non formaggi fatti con il latte in polvere!) e la nostra politica agricola (ché l’ultima vera battaglia sul tema la si è vista ai tempi di De Gaulle) anziché aprire incondizionatamente la porta agli OGM? La cosa mi sfugge..

 

Tuttavia, è importante precisare: il testo approvato dal Parlamento europeo a luglio non è vincolante, è solo un parere, quindi non influenzerà al momento il testo dell’accordo che viene negoziato in toto dalla Commissione. Ciononostante, avrebbe senso tenerlo in considerazione, perché, affinché l’accordo finale possa entrare in vigore, dovrà essere approvato dal Parlamento europeo e dai vari Parlamenti nazionali, per poi essere infine ratificato dal Consiglio europeo, votando a favore o contro gli accordi raggiunti. E qui sta l’inghippo: quando si ritrova il testo finale davanti, il PE può accettare o rifiutare tutto il pacchetto! Sarà padrone eventualmente di bloccare un testo che contenga ancora la clausola ISDS, ma avrà il coraggio di far saltare un accordo di tale portata solo per una clausola?

 

Con Lisbona (2007), la politica commerciale comune è diventata definitivamente, dopo anni e anni di dibattito sulla questione (non scorderò mai che per un esame sull’UE all’università, un intero libro era dedicato solo e unicamente a questa benedetta politica commerciale!), competenza esclusiva dell’Unione, come recita articolo 3, par. 1, let. e) del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Non dico che l’Unione europea debba fare la protezionista, come il Giappone che applica il 200% di dazio in entrata sul riso o gli Stati Uniti che fanno altrettanto con lo zucchero (sì, i produttori di zucchero negli USA sono una lobby fortissima, sebbene numericamente ridotta). Gli accordi di libero scambio favoriscono l’economia, tuttavia non sta scritto da nessuna parte che debbano essere firmati ad ogni costo.

 

Su questa partnership, così come su quella trasnpacifica, rimango dell’idea che ho già manifestato in altre occasioni: non sono altro che esperimenti americani. Infatti, in seno all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) c’è uno stallo dal 2001 circa, quando ebbe inizio il c.d. Doha Round (i round sono degli incontri negoziali che generalmente hanno la durata di 7-10 anni e che hanno sostanzialmente il compito di tenere sempre aggiornata e adeguata ai tempi la normativa OMC). Lo stallo in questione è legato proprio alle tematiche agricole e a quelle di proprietà intellettuale. Infatti, l’OMC, contrariamente a quanto ho letto da qualche parte negli ultimi giorni, non si occupa solo di dazi doganali. Il Single Undertaking (cioè il pacchetto “normativo” adottato a Marrakesh nel 1994, al termine dell’Uruguay Round iniziato nel 1986,  e che ha prodotto la creazione dell’OMC) conteneva infatti, oltre all’accordo OMC, anche altri tre accordi: GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), GATs (General Agreement on Trade in Services) e TRIPs (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights), di cui il primo parlava effettivamente di tariffe doganali e commercio (di beni), ma il secondo era dedicato ai servizi e il terzo, nello specifico, alla proprietà intellettuale.

I negoziati di Doha non procedono e allora gli USA che fanno? Nel frattempo cercano di applicare a livello regionale quelle che vorrebbero divenissero le regole del gioco globale.

 

In questo caso i media non hanno creato disinformazione. Semplicemente, salvo rare eccezioni, non hanno fatto il loro lavoro: informare.

 

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